Ora che il volto del contagio ha perso i suoi connotati orientali, dovremmo chiederci se le discriminazioni subite dalle comunità cinesi abbiano dato sfogo a diffidenze preesistenti

«Mi hanno urlato contro: “Guardate c’è il cinese con il coronavirus”. Ma erano dei ragazzini e non gli ho dato importanza». Yuri ha 27 anni, gli occhi a mandorla, l’accento polentone ed è un fan della cucina siciliana. Nato in provincia di Milano e cresciuto ad Alessandria, circa cinque anni fa si è trasferito a Trecastagni e da un anno vive a Catania. Concluse le scuole superiori avrebbe voluto studiare chimica, ma ha abbandonato questo sogno per aiutare i suoi cari. Adesso gestisce con la famiglia un negozio di casalinghi. Sì, un negozio “cinese”, di quelli in cui trovi un po’ di tutto, come ce ne sono tanti nelle nostre città. Ma attenzione con gli stereotipi. I nonni di Yuri sono venuti in Italia quando i suoi genitori erano piccoli e forse ciò spiega perché se gli chiediamo di scrivere il nome della città originaria, “Shenzhen”, resta con la penna in mano a chiedersi se vada una «g» in mezzo a quelle lettere. Lo abbiamo incontrato in un bar di Viale Mario Rapisardi dove, davanti a un tè, ha accettato di raccontarci come la psicosi da Coronavirus abbia trasformato le campagne igieniste in sinofobia, anche a Catania. «Da quando è scoppiata la notizia dell’epidemia – confida senza celare il dispiacere – ho avuto un calo delle vendite al negozio, ma a parte mio padre, circa un anno fa, nessuno dei miei conoscenti è stato in Cina di recente. C’è tanta disinformazione». Del resto, ora che il Coronavirus ha contagiato tanti italiani, e che quindi probabilmente ci getteremo alle spalle i casi di violenza e di boicottaggio di negozi e ristoranti asiatici, dovremmo interrogarci sulla nostra difficoltà nel considerare uno di noi chi, come Yuri, ha gli occhi a mandorla ma cittadinanza e cuore italiani.

«Si dice che i cinesi rubino il lavoro e che siano ricchi. Un cinese con una macchina nuova viene guardato male, come se si fosse arricchito alle spalle degli altri. Ma io e la mia famiglia facciamo tanti sacrifici per guadagnarci da vivere, come tutti»

TRA PREGIUDIZI E CATTIVA INFORMAZIONE. «Circolano idee sbagliate sui cinesi. Si dice che rùbino il lavoro e che siano ricchi, ma la gente non correla il guadagno alla fatica.  Un cinese con una macchina nuova viene guardato male, come se si fosse arricchito alle spalle degli altri. Io e la mia famiglia facciamo tanti sacrifici per guadagnarci da vivere, come tutti». La sua affermazione fa riflettere: colore della pelle e fisionomia possono imporre il dovere sociale della miseria? «È lo stesso trattamento riservato agli immigrati che vengono dall’altra parte del Mediterraneo – continua -, alla base c’è sempre la cattiva informazione». Quando gli chiediamo come, secondo lui, si sia giunti in Italia a desiderare i porti chiusi, dà sfogo a sentimenti di sconforto verso la politica che lo hanno convinto a non votare negli ultimi anni. La sfiducia trapela anche dalla risposta alla nostra domanda circa la possibilità di vincere sui pregiudizi con articoli come questo: «Non penso servirà, perché la maggior parte della popolazione non compra più giornali e non legge. E chi non vuole capire non cambia idea». Eppure ci viene incontro al bar incuriosito, quasi stupito. «Gli amici ti chiedono di parlare per aprirti, ma nessuno me lo aveva mai chiesto per lanciare un messaggio alla città. A volte pensi che nessuno voglia ascoltare il tuo parere». 

«Forse il “caso Coronavirus” ha dato sfogo a diffidenze preesistenti, ma personalmente non ho avuto grandi problemi d’integrazione. Ho anche conosciuto il gruppo dell’Azione Cattolica Ragazzi e adesso mi preparo per il catecumenato»

SENTIRSI A CASA. «Sono arrivato da Alessandria a Trecastagni, un piccolo paesino in cui tutti mi volevano bene. Io non mi sento investito da discriminazioni – riconosce con tono di gratitudine –. Forse il “caso Coronavirus” ha dato sfogo a diffidenze preesistenti nei confronti dei cinesi, ma personalmente non ho avuto grandi problemi d’integrazione». A testimonianza di ciò, Yuri, che mangia pasta a pranzo e riso a cena «ma anche panini del camioncino», ci parla del suo cammino di fede. «Prima non credevo. A Trecastagni ho conosciuto il gruppo dell’Azione Cattolica Ragazzi, persone straordinarie che si impegnano in tante attività. Così adesso mi sto preparando per il catecumenato». Alza la cover del cellulare e mostra, timido ma fiero, un pezzetto di carta con scritto “Marcia per la Pace”: «È un evento a cui abbiamo partecipato a gennaio, partendo da Villa Bellini». Ancora una volta a colmare il vuoto di umanità delle istituzioni ci pensano quartieri e parrocchie.

«In passato gli anziani preferivano tornare in patria per trascorrere la loro vecchiaia nelle case in cui erano cresciuti, ma adesso non è più così. In futuro anche qui si vedranno sempre più funerali di anziani cinesi»

IMMIGRAZIONE 3.0. Con il passare del tempo e l’avvicendarsi delle generazioni, l’immigrazione cinese in Italia sta inevitabilmente cambiando volto. «In passato – racconta ancora Yuri – gli anziani preferivano tornare in patria per trascorrere la loro vecchiaia nelle case in cui erano cresciuti». Oggi, però, non è più così. Del resto, quando i bambini crescono tutti insieme mescolanza etnica e voglia di restare diventano normalità. «In futuro, anche qui si vedranno sempre più funerali e anziani cinesi», spiega sconfessando i luoghi comuni e le leggende metropolitane che li vorrebbero immortali.
Yuri non va in Cina da circa dieci anni e non segue neanche i giornali di quel Paese: «La mia vita è qua», ripete. Lo sanno bene i suoi amici, che non hanno temuto di certo il contagio continuando a frequentarlo. Alla fine, mentre affrontiamo il suo sguardo perplesso all’ennesima domanda sull’integrazione, ci rendiamo conto di quanto siamo stati frettolosi ad affibbiargli l’etichetta di “cinese”. Yuri ha sì gli occhi a mandorla, ma tricolori.

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