La contemporaneità ci ha insegnato che tutto deve essere veloce, frenetico. Non c’è tempo per pensare, tantomeno per soffermarsi e ricordare. Fortuna che in alcuni luoghi il valore del tempo e delle tradizioni non ha minimamente perso di forza. Vallelunga Pratameno, piccolo paese dell’entroterra siciliano appartiene a questa categoria: una splendida realtà nella quale la tradizione è riuscita a mantenersi intatta pur andando incontro ad una fisiologica evoluzione. La ricorrenza di San Giuseppe, festeggiata il 19 marzo, ne è l’emblema perfetto: da rito propiziatorio dal sapore antico è oggi una festa che esprime la gratitudine attraverso la solidarietà. 

Le origini delle celebrazioni risalgono ad un periodo ormai lontano, quando la vita del piccolo centro ruotava principalmente attorno al lavoro nei campi. In questo contesto, la festa di San Giuseppe rappresentava un momento del tutto particolare: le celebrazioni coincidevano infatti con l’avvicendarsi delle stagioni, quando la stagione fredda si ritirava annunciando l’arrivo della primavera e i contadini faticavano nei campi per raccogliere i frutti della semina. «A quei tempi – racconta Filippo, dall’alto dei suoi 78 anni molti dei quali spesi a praticare l’attività contadina di trattori e altri mezzi che rendono il lavoro nei campi meno pesante non c’era traccia. Tutto si faceva a mano. Ciononostante, la fatica da sola non era sufficiente a garantirci il raccolto; anche il clima doveva essere favorevole. Non era insolito, infatti, che a causa di una siccità, di un’alluvione, di una gelata o di un’estate particolarmente calda, tutto il raccolto venisse perduto, con disastrose conseguenze». Per questo, al lavoro nei campi si affiancava la preghiera a San Giuseppe, affinché la sua benevolenza rendesse fertile il terreno.

Oggi, sebbene anche in una località dell’entroterra come Vallelunga si faccia sentire l’evoluzione dei rapporti produttivi, e di conseguenza l’agricoltura abbia perso la sua centralità, i motivi per chiedere la grazia del santo non mancano di certo. Accantonati ormai i rituali più antichi, le celebrazioni hanno il loro punto focale in una tradizione che, rispetto al passato, mantiene il suo carattere munifico: stiamo parlando della cosiddetta Tavulata di San Giuseppi, nella quale i fedeli offrono un banchetto, in casa propria o all’interno di una parrocchia, agli indigenti (i cosiddetti “virginiaddi”) come atto di devozione per una grazia ricevuta. «La tradizione di chiamare virginiaddi i poveri di San Giuseppe – ci dice la settantaseienne Laura che ogni anno si occupa dell’allestimento delle tavolate – è legata al fatto che la cultura popolare vedeva riflessa nella figura nei poveri quella del padre di Gesù, il quale in certi momenti della sua vita si trovò a bussare alla porta di parenti ed amici per non far mancare nulla alla famiglia e si vide respinto. Per questo la pietà dei cristiani ha voluto introdurre l’usanza di invitare i poveri del paese ad un pranzo nel giorno della sua festa. Così, a Vallelunga “fare i Virginiaddi” significa fare un voto a San Giuseppe nel corso dell’anno con la promessa di invitare, a seconda delle proprie possibilità economiche, da uno a diciannove indigenti»

Un rituale che non lascia nulla al caso e nel quale grande attenzione viene attribuita alle pietanze cucinate per gli ospiti della festa: «Lu manciari di San Giuseppe – prosegue la signora Laura – attribuisce un particolare significato di carattere simbolico ad alimenti come finocchi dolci, cardi, carciofi, arance e quant’altro provenga dalla terra. Di pari importanza è lu pani di San Giuseppe, spennellato con l’uovo, che assume varie forme (bastone, corona, volto del santo). Altri piatti tipici della tavolata sono: pasta con finocchi selvatici e muddica abbrustolita, purpetti di carni a suco, carciofi abbuttunati, pisciatiaddi di carduna, finocchi, cavolfiori, insalata, arance, pompelmo, frutta assortita e, per finire, i dolci, tra cui Pan Di Spagna, sfingi fritte, pignolati col miele, cannoli, biancomangiare e torte. Da bere, rigorosamente, acqua e vino». Immancabile, nella costituzione della tavolata, una statua o un quadro del santo, attorno a cui si dispongono le pietanze. 

E se le famiglie ospitanti trascorrono il 18 marzo intente nei preparativi del pranzo, per coloro che ne beneficeranno la festa è ancora più densa, e non solo di gratitudine: «Siamo felici di passare una giornata diversa – ci confessa uno di loro, il quarantacinquenne Giuseppe – e non vediamo l’ora che sia San Giuseppe. La giornata della festa, per noi Virginiaddi, comincia presto: prima ci si confessa, si assiste alla Messa e si riceve la Comunione.Terminata la funzione, si aspetta che il parroco benedica la Tavulata, e poi si può mangiare. Siamo grati alle famiglie che ci accolgono, è un grande gesto di altruismo». 

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