Un fugace movimento delle labbra. Un profilo accennato, concesso quasi con supponente ritrosia. Un’aria di beffarda e imperscrutabile soddisfazione. Uno sguardo sconosciuto e affascinante, ammantato di un mistero ai limiti dell’insondabile, e per questo divenuto il marchio di una figura immortale come il suo creatore. Perché il Ritratto d’ignoto marinaio, celebre olio su tavola realizzato da Antonello da Messina nella seconda metà del XV secolo, è forse la più alta testimonianza di come il nostro eminente artista, originalissimo interprete rinascimentale di una pittura capace di far coesistere geometria e sentimento, razionalità classicista e colore fiammingo, abbia saputo instillare nella fragilità di un singolo istante le stimmate dell’eternità. E non è un caso se il dipinto che oggi campeggia presso il Museo Mandralisca di Cefalù sia stato ripetutamente accostato alla Gioconda di Leonardo: non soltanto per l’evidente consonanza di posa e atteggiamento, per il candore misto a spiazzante sicurezza, ma anche per le avventurose vicende che le coinvolsero entrambi. Ma se le peripezie della Monna Lisa sono per lo più note al grande pubblico – accompagnate da inevitabili moti di campanilismo – non altrettanto si può dire relativamente a quelle del personaggio ritratto da Antonello. Che, anzi, non è certo da meno, essendo arrivato ad esercitare la sua irresistibile attrazione su un altro, grande siciliano dei nostri giorni.

Ma come nacque il mito dell’uomo senza nome? Probabilmente dalla sua veste. È a quella che gli studiosi si sono meticolosamente aggrappati per trarre delle informazioni utili su una commissione di cui non si conoscono tuttora né le ragioni né i richiedenti. Altrettanto nebulosa, del resto, fu la prima sede della sua esposizione, almeno fino a quando, per tradizione riportata dalle cronache, l’opera non fu data un dono al barone di Mandralisca, che la custodì nella sua abitazione sull’isola di Lipari. Ad un primo sguardo, infatti, il bavero e l’alternanza del bianco e nero rafforzò l’ipotesi che si trattasse proprio di un marinaio: una suggestione tanto forte da essersi conservata pressoché intatta nel titolo che comunemente viene dato alla tavola, nonostante recenti ricerche abbiano ipotizzato – con verosimiglianza – che l’uomo raffigurato da Antonello sia stato in realtà il vescovo di Cefalù, o quantomeno un notabile particolarmente possidente. Una storia certamente peculiare, a cui corredo andrebbero citate anche le molteplici occasioni in cui la tavola ebbe necessità di un attento restauro per via di antichi sfregi, che, tuttavia, conobbe una nuova vita grazie alla fervida inventiva di Vincenzo Consolo, che nella fissità di quel sorriso intravide un senso ulteriore, se possibile ancora più profondo. Prendendo spunto dagli scarni punti fermi forniti dalle fonti, lo scrittore di Sant’Agata di Militello, nel 1976, diede alle stampe lo straordinario romanzo storico Il sorriso dell’ignoto marinaio, nel quale, come in una sapiente pièce teatrale, sullo sfondo della drammatica rivolta contadina contro i contingenti garibaldini ad Alcara Li Fusi, a prendere vita sono proprio i protagonisti che per anni avevano ruotato attorno alla meravigliosa opera di Antonello. Il libro segue così le vicende del barone di Mandralisca e la sua progressiva “redenzione” da nobile borioso in appassionato patriota. E proprio mentre le tragiche notizie provenienti da Alcara Li Fusi lo convincono ad opporsi al lato oscuro dell’epopea risorgimentale, il suo incontro con Giovanni Interdonato, suo ospite, lo pone dinanzi ad una vera epifania. Le fattezze di quell’uomo gli riportano alla mente gli occhi di un marinaio incrociato anni prima su un’imbarcazione diretta a Cefalù, a sua volta in tutto e per tutto somigliante al quadro conservato a Lipari. In un attimo di straordinaria poesia, il volto dipinto dall’artista si tramuta nel simbolo più fulgido della storia e della sorte dei siciliani: «Il Mandralisca si trovò di fronte un uomo con uno strano sorriso sulle labbra. Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà. E gli occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l’arco nero delle sopracciglia. Due pieghe gli solcavano il viso duro, agli angoli della bocca, come a chiudere e ancora accentuare quel sorriso».

In quel sorriso che sopporta le avversità, che esorcizza il dramma dell’ingiustizia, che ironizza fatalmente sulla fuggevolezza del tempo e sull’immutabilità delle cose, si condensa il trascorso di un intero popolo, spesso oppresso eppure mai domo. Un conflitto sofferto e irrisolto. Malinconica traccia di un orgoglio che si rifiuta di cedere. Un enigma secolare come le pennellate di Antonello da Messina.

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