La regola aurea di ogni pittore che si rispetti è sapere osservare. Non, tuttavia, con occhi che si limitino a registrare, a trasporre immacolato sulla tela il piano del reale, ma con una profondità penetrante, con lo sguardo indagatore di chi non lascia che ardite e imprevedibili connessioni sfuggano alla sua attenzione. È una sorta di ri-creazione, un potenziamento dei sensi quasi mistico, una ricomposizione di ciò che, nonostante la sua bellezza, ci appare disperso e frammentato. Come se tirasse le fila invisibili dell’armonia, il pittore anela continuamente a ricomporre, a dare forma a ciò che non si mostra, a dare senso ai vuoti dell’anima. Dinanzi alle sue pennellate, volti, luoghi, colori smettono di valere soltanto per sé e assumono il carattere di un messaggio universale da cogliere, di un tempo di inesauribile valore che si rinnova con fare ciclico. Antonino Leto, conosciuto al grande pubblico probabilmente come eccelso paesaggista, racchiude perfettamente i crismi di questa sensibilità che va oltre le categorie storiografiche. Considerato a lungo come un pittore verista, il nativo di Monreale fu, in realtà, qualcosa di più. Un irriducibile interprete di meraviglia, un cantore della dignità degli ultimi, un testimone dell’accadere ostinato della vita nonostante le peripezie. Nei suoi scorci di riservato candore, inondati spesso da una luce che non può non richiamare alla memoria la migliore tradizione isolana facente capo a Francesco Lojacono, la Sicilia più canonica si svela, invece, come la meno attesa. Come la culla di una purezza che non scende a compromessi.

Antonino Leto, “Saline di Trapani”

È certamente il mare il grande protagonista dei dipinti di Leto. Un mare che per anni l’artista si era esercitato a rappresentare, anche quando la sua professione lo aveva condotto lontano dai confini natii, a Capri. Un mare disposto a mostrarsi in tutta la sua magnificenza, a tratti minacciosa distesa senza fine, a tratti felpata e accogliente superficie cristallina. È il mare della solitudine del pescatore, costretto a intraprendere il viaggio della speranza con mezzi di fortuna; è il mare screziato di sangue in cui, tra lotta per la sopravvivenza e perverso rituale, si consuma la scenografica mattanza dei tonni. Ma è anche il mare che si infrange sugli scogli comandato da chissà quale meccanismo della natura, lo sfondo di montagne che fumano e si vantano della loro mole, il fedele compagno di bambini ammaliati che giocano su spiagge canute. C’è sempre una dolcezza in sottofondo, una malinconia che si apre con sincerità allo spettatore, la ristrettezza di un popolo arso dal sole come la propria vegetazione, eppure ma del tutto scoraggiato. Dove compare uno squarcio di brullo, subito la mano del pittore sembra voler freneticamente affiancarvi un trionfo di rigogliosità, la risposta del creato all’amarezza della fatica. Eloquente, in tal senso, la rappresentazione delle Saline di Trapani (1881): un paesaggio dai contorni quasi surrealisti, in cui il carico massacrante del lavoro viene inglobato da una meraviglia quasi soprannaturale, da un caloroso e galleggiante bianco che domina scena irrorando della sua lucentezza l’intera tela. O, ancora, Il tempio di Castore e Polluce (1862), in cui Leto riesce quasi a fotografare le stimmate di una grandezza mai del tutto andata perduta. Uno scorcio dalle fattezze quasi romantiche, immortalato al crepuscolo, quando la sua monumentalità è esaltata al massimo.

Antonino Leto, “Il tempio di Castore e Polluce”

Diceva Picasso che «Dipingere non è un’operazione estetica: è una forma di magia intesa a compiere un’opera di mediazione fra questo mondo estraneo ed ostile e noi». E, in effetti, nei quadri di Leto esiste qualcosa che sconfina, straborda rispetto alla semplice estetica. È un sentimento di disperata appartenenza, la compassione per chi combatte le battaglie della vita, la ricerca spasmodica di ciò che resiste al di là del tempo e dello spazio. L’anima multiforme della Sicilia che nonostante tutto splende di luce propria. La forza di un immaginario che ha il sapore del mito e contestualmente della quotidianità. Un abbraccio di suggestioni perfetto. Come quello che in Leto è avvenuto tra il cuore e il pennello.

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