Accade, più spesso di quanto si immagini, che genialità faccia rima con riservatezza. Che imprese degne della massima ammirazione finiscano indistintamente sepolte sotto polverosi strati di indifferenza. Che nomi più riconosciuti ed altisonanti oscurino quegli astri apparentemente minori e sparuti, in realtà ben più rivoluzionari e lungimiranti di quanto l’opinione pubblica del loro tempo fosse stata disposta ad ammettere. È la storia silenziosa di poeti, scrittori, teatranti, artisti e giornalisti o di personalità così poliedriche da racchiudere in sé tutti questi ruoli. È la storia di Antonio Aniante, brillantissimo intellettuale nato a Viagrande (CT) nel 1900, che un abitante dell’isola, con tutta probabilità, farebbe fatica a scovare persino negli angoli più reconditi della propria memoria. Sì, perché la vicenda del nostro conterraneo appare quantomeno paradossale: ricordato con stima ed affetto da una nicchia ristretta del panorama culturale siciliano e nazionale, è considerato una vera e propria pietra miliare all’estero, specialmente in Francia, dove soggiornò a lungo e dove lasciò un’eredità inestimabile, a cui ancora oggi, senza saperlo, guardiamo con profonda gratitudine.

Antonio Aniante

Se pensassimo ai personaggi di spicco dell’arte e della letteratura del ‘900, difficilmente troveremmo qualcuno che non abbia avuto il privilegio di incrociare il genio giramondo di Aniante. In principio fu Tommaso Marinetti, capostipite del Futurismo ed egli stesso assiduo frequentatore del contesto parigino, ad elogiarne le doti poetiche definendolo «un siciliano del Novecento»; poi fu l’intera Francia, meravigliata dagli articoli e dalle biografie che il nostro autore riusciva a scrivere senza sforzo in un perfetto francese (la sua competenza fu paragonabile solo, secondo gli studiosi, a quella di D’Annunzio). E fu proprio questo apprezzamento a consacrarne eternamente il valore: ai suoi meriti artistici venne riconosciuta la prestigiosissima medaglia d’oro dell’Académie Française come miglior scrittore straniero. Basterebbe limitarsi a questi dati preliminari per acquisire una dimensione veritiera di ciò che la sua carriera rappresentò. Eppure, saremmo ancora in notevole difetto. Perché, sempre a Parigi, negli anni ’30 Aniante si dilettò nel mestiere di antiquario. Togliendosi lo sfizio non soltanto di conoscere Pirandello, ma anche di avviare una galleria d’arte tutta sua. Si chiamava Jeune Europe e fu un vero e proprio trampolino di lancio per artisti emergenti che desideravano ardentemente farsi strada. Due nomi su tutti diedero lustro a quell’ambiziosa impresa attraverso i loro lavori: Henri Matisse e Giorgio De Chirico. Due cuori rampanti destinati a diventare dei giganti. Aniante, evidentemente, se ne intendeva. Una volta, scherzando bonariamente come era solito fare con una giornalista, disse che se non fosse stato costretto dalle difficoltà economiche a chiudere la galleria e a svenderne tutte le opere – senza la possibilità di tenerne qualcuna per sé – sarebbe sicuramente diventato ricco, visto il valore che quei quadri acquisirono nel giro di pochi anni. L’Italia si ricordò parzialmente di lui soltanto nel 1958: alla Biennale di Venezia, venne presentata la sua commedia La rosa di zolfo. Tra gli interpreti, un giovane Domenico Modugno. Morirà nel 1983.

Oggi, nella coscienza collettiva, il suo ricordo è incredibilmente sbiadito. Presso la Biblioteca Civica Aprosiana di Ventimiglia, città presso la quale visse a lungo dopo la sua partenza dalla Francia e trascorse gli ultimi anni, sono conservate alcune delle sue opere italiane e francesi. Nella terra che gli ha dato i natali, invece, di lui non resta che l’intitolazione di una via a Viagrande. Forse perché Aniante era un silenzioso: non cercava ossessivamente le luci della ribalta, ma sapeva tenervi testa quando queste si presentavano alla porta. Forse perché, nonostante la vivacità dei suoi interlocutori, fu spesso vittima di una solitudine inconsolabile: drammaticamente sradicato da una terra che non lo aveva riconosciuto, testimone di entrambi i conflitti mondiali, malinconico pendolare in cerca di una patria da chiamare casa, con la sola compagnia della propria arte a sostenerlo nei momenti più complicati. Ultimo baluardo contro le dinamiche di un mondo destinato a cambiare, e fare della cultura un arido prodotto delle logiche di mercato. Un mondo in cui Aniante non si riconosceva più. Un mondo che oggi, a più di trent’anni dalla sua morte, ha l’obbligo di riscoprire ciò che ingiustamente è stato dimenticato

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