«Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta». La concezione di memoria di Cesare Pavese porta in dote quasi un’istanza trasformativa, rinnovatrice: tanto più saremo capaci di custodire frammenti di vissuto, quanto più irriducibile risulterà la nostra conoscenza. Ricordare, in fondo, non significa appena accatastare in un angolo della nostra mente eventi, episodi, gesti ormai sfumati, ma piuttosto servirsi ogni giorno della loro esperienza, affidarsi a ciò che è stato per cavalcare a testa alta ciò che ancora deve essere. Non era poi così lontano dalla realtà quel celebre adagio secondo cui le fondamenta del futuro poggiano con solidità nel passato. Peccato che la memoria, come tutte le caratteristiche che distinguono gli esseri umani, sia estremamente fragile. Che le sue tracce, senza troppi sforzi, rischino continuamente di scomparire, o di deviare dal percorso originario. I drammi del secolo scorso, d’altra parte, lo hanno ampiamente dimostrato: basta poco, anche solo uno slogan particolarmente riuscito, per trasformarla in ignoranza. Per questa ragione la memoria stessa si è premurata per secoli di designare i suoi più sacri custodi, uomini che sull’altare della sua sopravvivenza sono stati disposti a sacrificare tutto, persino quando la sua fiammella risultava fioca, quasi impercettibile. Questi custodi sono stati – e se vogliono mantenere la dignità di questo titolo devono continuare ad esserlo – gli scrittori. Una missione che il nostro conterraneo Vincenzo Consolo sentì particolarmente propria per tutta la vita, arrivando a sostenere che non possono esistere opere valide nella misura in cui non affrontano il problema della storia, prima ancora che della finzione.

Non è difficile immaginare quanto a Consolo tale questione potesse stare a cuore. Lui, che concepì sempre il suo ruolo di intellettuale come fedele servitore delle comunità, che a lungo lasciò cullare la sua ispirazione dalle braccia fascinose del mito, ricordava perfettamente il tempo in cui alla memoria veniva attribuito persino uno statuto divino. Un tempo lontano e leggendario: quello di Omero, cantore per antonomasia.

«La parola “omeros”, nel greco antico, si traduce in italiano con la parola “ostaggio”. E ci si è chiesti il perché di questo significato. Ostaggio di chi? Ebbene il poeta, quello che noi chiamiamo Omero, naturalmente è ostaggio della memoria, della tradizione. Tutti gli scrittori dovrebbero essere ostaggi della memoria; i veri scrittori cioè sono coloro che assolvono al compito di tramandare una memoria, che è poi memoria collettiva e realtà storica; coloro che esprimono, secondo la propria sensibilità e le proprie idee, una testimonianza della memoria, per tramandarla ai loro contemporanei e, se possibile, anche ai posteri. Un custode di memoria ha l’obbligo di conservarla e servirla. I sapientissimi Greci dissero che Mnemosyne era la madre delle Muse, e da lei derivano le altre arti: la Poesia e anche la Musica».

Nella memoria, insomma, risiede la magia del riconoscimento: ogni comunità, ogni popolo, ogni individuo è lo specchio di ciò che ha saputo conservare, di ciò che ha saputo trarre dal proprio, inimitabile percorso. È una legge di conservazione, ma anche di autosviluppo, di autocivilizzazione. Perché memoria non significa esclusione, selezione, manipolazione. È, invece, un’eredità inestimabile, l’occasione per fare i conti con le questioni irrisolte, con le controversie, con ciò che desideriamo non essere più.

Pertanto, nell’epoca della cancel culture, che aspira a distruggere i monumenti dei misfatti passati, la sincerità della storia va riaffermata. Non si diventa migliori fingendo un errore non sia accaduto, ma accogliendolo per ciò che è, tramutandolo in un monito eterno. Memoria è imparare, non tralasciare. E imparare, si sa, a volte può risultare scomodo. Come gli avvertimenti degli scrittori, che qualcuno si ostina a coprire di urla e di bassezze. Può forse una sentinella non essere invisa a qualcuno? E può forse tentennare nello svolgere la sua mansione fin quando il fiato glielo consente? Certamente no. La memoria è sempre in pericolo. Oggi più che mai.

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