Fare i conti con un passato scomodo è sempre piuttosto complicato. Così come trovare uno spazio nella propria memoria per imparare dai ricordi più dolorosi. Il passato, molte volte, somiglia più a uno spettro minaccioso che a una lezione di vita. Tanto più se, come accade per le generazioni nate dalla metà del ‘900 in poi, a tormentare i pensieri sono tragedie indicibili come quelle scaturite dalle due guerre mondiali, dallo smarrimento delle nozioni di giustizia e libertà proprio nell’Europa che ne sbandierava il nobile rispetto, da un completo estraniamento rispetto ai valori fondativi della civiltà umana. Non è un caso che la nostra epoca sia attraversata da un irrefrenabile impulso alla cancellazione: affermare un diritto, per quanto sacrosanto possa essere, comporta inevitabilmente e insensibilmente lo screditamento di un altro. Allo stesso modo, nel distorto tentativo di imporre un’idea univoca di inclusività si staglia un malcelato disprezzo per la poliedricità delle idee, per la sana coesistenza dei punti di vista. Eloquente – e se vogliamo anche un po’ paradossale visto l’intento per il quale hanno visto la luce – è ciò che accade sui social network: luoghi che dovrebbero garantire uno scambio di vedute alla pari, in cui a farla da padrone dovrebbe essere l’autonomia del pensiero formatasi su una disponibilità di fonti potenzialmente illimitata e che, piuttosto, si tramutano in gabbie entro le quali a circolare è solo la versione costruita e diffusa da qualcuno.  Perché il nostro tempo si rifiuta di imparare dagli eventi che ci hanno preceduti. Ha dimenticato il senso della contestualizzazione e dell’autorevolezza, cadendo in quegli errori che tanto si è affannato a sotterrare. E dire che a più riprese i grandi intellettuali ci avevano messo in guardia dal rischio di ricadere nell’incubo dell’intolleranza e del pensiero unico. Fra questi, il nostro Vitaliano Brancati, che già all’indomani della caduta del fascismo si interrogò sul perché i sistemi totalitari avessero trovato terreno fertile nelle società occidentali, instillando il dubbio che, anche dopo la fine della loro parabola politica, sarebbero stati davvero duri a morire.

Nel 1946, infatti, venne pubblicato il saggio I fascisti invecchiano, all’interno del quale avevano trovato posto dei contributi giornalistici che lo scrittore di Pachino aveva cominciato a redigere già un anno prima. Nella sua impietosa e irriverente analisi, condotta con la profondità sociologica e psicologica di chi ha inizialmente militato tra le fila degli ottusi da regime, Brancati non manca di sottolineare che l’affermazione delle dittature fu il sintomo più evidente e soffocante di un malessere ben più radicato e sommerso, così inossidabile da attraversare indenne, pur nelle sue inevitabili e necessarie metamorfosi, anche le pieghe più tempestose della storia. Perché la tirannia non è contingenza, ma una categoria rinnovabile dell’esistenza, un abisso di distruzione che trae la sua linfa dal basso: «Non so come i nostri pittori non abbiano sentito il bisogno di tramandare ai posteri la faccia del fanatico! È una faccia che di tanto in tanto emerge dal mare dell’umanità, ma forse mai, nemmeno ai tempi della Riforma e della Controriforma, con l’opacità, chiusura, assolutezza di questi ultimi vent’anni. I libri e le opere (leggi: distruzioni) di siffatti rapiti, entusiasti, obbedienti, disposti a tutto fuorché a tollerare, ragionare e amare, rimarranno senza dubbio come una grave testimonianza; ma tutti insieme i libri, i giornali, gli opuscoli, le distruzioni, le armi e gli strumenti di tortura non faranno intuire il segreto dei nostri tempi con la rapidità e intimità con cui certo li farebbe una faccia da fanatico rimasta a vivere sulla tela». Ma chi è, esattamente, il fanatico? Come riconoscerlo? Quali attributi, quali gesti, quali parossismi ne rendono tangibile la presenza vicino a noi, dove mai avremmo pensato di ritrovarlo ancora così ringalluzzito?

«Nel punto perfettamente opposto a quello in cui ragione e Cristianesimo hanno generato la tolleranza, dalla parte dell’universo in cui la notte permane eterna, sono spuntate queste facce. Una crudeltà priva di follia e di rimorsi, una pedanteria priva di scienza, una ingegnosità senza fantasia o estro, una barbarie senza candore e una corruzione priva di estetismo e perfino di mollezza, una vocazione al male miseramente occultata da nubi di stupidità, uno sguardo rivolto in basso con lo sconcio rapimento di chi ha scambiato la terra per il cielo, una bocca che si serra con stento per masticare comandi sebbene già palesemente slabbrata da urli servili, lo sprezzo del dinamitardo e il vestire del caporale, linguaggio di ribelle e stipendio d’impiegato, un essere in tutto beffato dal demonio, e pazzamente orgoglioso della sua sconfitta, ecco il soggetto del nostro quadro! Questo personaggio, che per vent’anni è cresciuto sotto i nostri occhi, e al quale forse, in taluni giorni della nostra giovinezza, pensiamo con raccapriccio di aver potuto rassomigliare, questo personaggio che appiccato il fuoco al mondo della serenità, della cortesia e della civiltà, e contro il quale si sono mossi, da tutti i lati, gli uomini liberi, può dirsi finalmente scomparso? Sarebbe doloroso che tutto avessimo ucciso e distrutto, i suoi seguaci, i suoi affascinati, le sue amanti e i suoi cavalli, la casa in cui visse e quella in cui nacque, la nostra casa stessa e la nostra gioventù, ma non lui, che ancora si muoverebbe fra i vivi travestito nelle fogge più diverse!».

Oggi come ieri, è il grigiore il germe del dramma. La sensazione che non ci sia nulla che non valga la pena perdere. Il senso di inadeguatezza da compensare demolendo le sicurezze degli altri. L’ossessione di esistere, agire, lasciare un segno a qualunque costo. Piaghe senza tempo e per questo eternamente familiari.

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