Caravaggio protagonista
al “Maxiprocesso”:
il quadro perduto
e la copia ritrovata

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In Sicilia un mistero non trova ancora risposta: dove si cela la Natività tra i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi dipinta dal celebre pittore lombardo? Tra le versioni più pittoresche e affascinanti, quella che fosse esposta durante le sedute della “Cupola” mafiosa

Ci sono storie che sembrano uscite da un romanzo di Camilleri o di Sciascia, e forse è anche così. Nella Sicilia terra di dominazioni, uomini illustri e misteri irrisolti, uno ancora non trova risposta: in quale luogo si nasconde il Caravaggio rubato?
È la notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969 quando tre ladri si intrufolano nell’oratorio di San Lorenzo di Palermo, allora uno dei quartieri più degradati della città, e rubano l’opera dell’artista lombardo, la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi. Probabilmente i tre furfanti non ne conoscono l’importanza, ecco perché presto vengono convocati ai piani alti del potere palermitano del tempo, la mafia. Il primo a comprendere che la matrice del colpo è legata a cosa nostra è Mauro De Mauro, giornalista dell’Ora che l’anno dopo scomparirà per lupara bianca; insieme a lui nel dibattito entra anche Leonardo Sciascia che con un durissimo articolo condanna lo Stato per l’incuria e l’abbandono in cui versano le opere d’arte.

Oggi è ancora il capolavoro più ricercato in tutto il mondo, non solo per il suo valore artistico, ma anche economico che un pezzo del Caravaggio ha. Inestimabile probabilmente per molti critici, quello stimato è sui 30 milioni di euro.
Negli anni quest’opera è divenuta celebre perché protagonista nel corso del “Maxi processo”. Diversi sono i pentiti che si servono della tela per evitare qualche giorno di carcere in più, come Giovanni Brusca che nel 1992 in cambio di un alleggerimento del 41bis ne promise la restituzione. Francesco Marino Mannoia si dichiarò colpevole dell’organizzazione del furto, mentre Gaspare Spatuzza raccontava di aver sentito da Filippo Graviano, suo compagno in carcere, che la tela ormai rovinata a causa dell’inesperto trasporto fu data in pasto ai topi e ai maiali; altri che era stata nascosta dal narcotrafficante Gerlando Alberti insieme a 5 chili di cocaina. Tra le versioni più pittoresche e affascinanti, quella di Salvatore Cancemi che invece riferì come fosse esposta durante le sedute della “Cupola”. Purtroppo il destino di quest’opera e a noi ancora oggi sconosciuto: nel 2018 la commissione parlamentare antimafia della scorsa legislatura ha cercato di dare nuova luce a questo mistero italiano. La conclusione fa sperare e disperare, l’opera è forse finita in Svizzera ma è stata tagliata in pezzi per meglio essere venduta sul mercato d’arte.

A Catania conservata nelle sale del Castello Ursino, si trova la copia fedele dell’opera, l’unica coeva essendo stata dipinta a meno di 30 anni di distanza dall’originale.
Quella catanese, riconosciuta dallo studioso caravaggesco Alvise Spataro nel 1984 dietro la scrivania del Prefetto di Catania, è stata composta per mano del pittore Paolo Geraci, che cercò di rispettare il volere del Merisi rispecchiandone anche le dimensioni. Palermitano, dipinse l’opera per commissione di don Gaspare Orioles che lo pagò 30 onze. In seguito il quadro passò al Presidente della Suprema corte di Palermo Giovan Battista Finocchiaro, che nel 1826 lo donò al comune di Catania.

Natività di Paolo Geraci - Sicilian Post
Natività di Paolo Geraci

Nella Natività tra i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi è presente, come sempre in Caravaggio, la naturalezza dei gesti e delle movenze. La Vergine ammira incantata il miracolo che ha appena generato, mentre Giuseppe volge le spalle allo spettatore per dialogare con quello che diversi critici riconoscono nella figura di San Leone d’Assisi. In adorazione i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, il primo sulla destra titolare dell’oratorio a cui era destinato il dipinto, il secondo sulla sinistra eponimo della compagnia che aveva sede presso l’oratorio palermitano. La scena, come è tipico nelle opere caravaggesche, non brilla di luce propria, ma viene irradiata da una lama di luce che squarcia la tela e pone il centro dell’attenzione sul bambino, non un bambino in grado di poter graziare, perdonare o presagire, ma un semplice infante che riposa sul giaciglio di paglia. È al volto assorto e pensoso della madre che viene affidato il messaggio di morte che un giorno lo porterà a compiere il destino dell’umanità.

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