Si chiama Urbex, dalla fusione fra Urban ed Exploration, e indica l’attività di introdursi in vecchi luoghi, spesso abbandonati, per fotografarne le bellezze. Una pratica che si è diffusa a dismisura negli ultimi anni, soprattutto all’estero, ma che ha origini molto antiche. Pare che fra i pionieri ci fosse un certo Philibert Aspairt che nel 1793 si addentrò nelle catacombe di Parigi per esaminarne gli innumerevoli cunicoli, finendo col rimanerne imprigionato. Oggi l’esplorazione urbana sta prendendo sempre più piede tra appassionati ed esperti, intenti a riscoprire palazzi disabitati, fabbriche dismesse, tunnel e passaggi sotterranei, come da anni fa il catanese Carlo Arancio, fra i primi urbexer siciliani. «Io nasco come esploratore – ci spiega il ventisettenne, laureando in Architettura – la fotografia, infatti, è arrivata per me solo in seguito. In più con una vecchia reflex, un treppiedi sgangherato e un obiettivo comprato in un mercato di Barcellona non si può certo dire che io abbia un’attrezzatura da competizione». Eppure i suoi scatti suggestivi, dalla forte impronta autoriale, gli hanno fatto vincere gli ND Awards 2020 come miglior fotografo non professionista nella sezione architettura d’interni: «Mi ha riempito d’orgoglio essere arrivato primo – dice –, proponendo angoli nascosti della nostra terra a una giuria internazionale».

LA BELLEZZA DELLA DECADENZA.Per questo Indiana Jones nostrano, amante dei viaggi e dall’indole curiosa, il futuro, più che nella progettazione e nel restauro, sembra risiedere proprio nella fotografia d’architettura. «Mi piace la patina sulle superfici – spiega – e i luoghi che mostrano lo scorrere del tempo. Quando un’architettura è ancora viva, deve per forza di cose adempiere alla sua funzione ma quando diventa un monumento a sé stessa, può conservare una forte carica di bellezza ed emotività». Sebbene Carlo Arancio abbia iniziato da autodidatta con un cellulare, la sua tecnica si è affinata grazie a una fotografa professionista incontrata durante un Erasmus in Francia, che ha apprezzato la qualità dei suoi lavori. Scatti che da qualche anno il giovane colleziona sulla pagina, Sicily in Decay, dove si possono trovare immagini di edifici isolani avvolti nell’oblio del tempo. «Nei castelli francesi – dice – trovi arredi lussuosi, vetrate colorate che noi ci sogniamo ma quando entro in una villa padronale in Sicilia con gli affreschi bellissimi e magari due sedie di vimini mi emoziono molto di più, perché sento che quel luogo parla la mia lingua».

IL FASCINO DEL PASSATO.Nonostante non riveli mai i luoghi in cui si reca per preservarli dallo sguardo e dalla presenza di curiosi, Carlo Arancio ne ha censiti oltre cinquecento. «Ed è solo – ci tiene a precisare – la punta dell’iceberg. Quando si parla di luoghi, io faccio sempre un distinguo: alcune architetture comunicano attraverso scale imponenti o saloni affrescati altri, come un’umile casa diroccata, lo fanno con gli oggetti: un set di rasatura sul lavabo, le posate nei cassetti, gli abiti ancora appesi. Non so mettere a confronto queste due emozioni, sono due esperienze diverse che comprendono la stessa ricerca. Io ovviamente ho iniziato puntando all’architettura più che al vissuto, ma alla fine ne sono stato conquistato». La folgorazione è arrivata a sedici anni, di fronte alla magnificenza di una villa disabitata: «Quando vi entrai per la prima volta – ricorda – persi il senso del tempo e dello spazio, ero ubriaco di bellezza. Negli anni l’ho visitata tante e tante volte notando che pian piano un soffitto crollava, un altro si crepava, oggi delle trenta stanze iniziali ne sono rimaste sedici. È stato assistendo con tristezza a questa perdita che mi sono detto “devo fare qualcosa per salvaguardarne la memoria”». Da qui è iniziato tutto.

Carlo Arancio

IL MANUALE DELL’URBEXER. Ma come ci si approccia a questa pratica? Il primo passo è sicuramente la ricerca. «Trascorro molto tempo al computer – spiega – cercando con Google Maps tetti sfondati e vegetazione invasiva. Segno i luoghi sulla mappa e non appena ho un po’ di soldi per la benzina, vado a vistarli». Sulla carta sembra semplice ma Arancio mette in guardia dai tanti pericoli che l’esplorazione urbana nasconde. «Spesso questi posti, soprattutto nell’hinterland delle grandi città, sono mal frequentati. Non è certo un’attività da fare alla leggera – precisa – ci vuole attenzione, accortezza ma soprattutto grande empatia verso questi luoghi». I rischi sono di varia natura, non dimentichiamo che in alcuni casi gli immobili, anche se in stato di abbandono, sono proprietà privata e quindi accedervi comporta sempre conseguenze legali. Inoltre, il manuale del giovane urbexer impone di non commettere effrazioni e di non portare mai via nulla. In altri casi ci si può imbattere in brutte situazioni come l’incontro con animali o peggio ancora, trattandosi di edifici esposti alle intemperie, a frequenti crolli. A Carlo Arancio ne sono successe tante, anche se una delle esperienze più insolite è capitata in un orfanotrofio abbandonato: «È un argomento strano al quale fatico ad approcciarmi. Sono una persona razionale ma tutte le volte che sono tornato lì, proprio perché le foto non mi sono mai riuscite, si sono verificate strane circostanze. Più di una volta mi sono spariti nel nulla dei treppiedi, a un fotografo piemontese che un giorno mi ha accompagnato gli si è distrutto l’obiettivo; era come se quel luogo non volesse essere raccontato».

LIBRI E FOTO. È chiaro che il suo scopo sia quello di fare di questa passione una professione, arricchendola con le conoscenze storico-artistiche oltre che architettoniche apprese dai suoi studi. «Ultimamente mi hanno contattato molte persone per chiedermi di acquistare delle mie foto. Era qualcosa a cui non avevo mai pensato, per cui ho deciso di stamparne alcune e prossimamente aprirò uno shop online per venderle». E chissà che più avanti non realizzi un volume con tutti i suoi lavori: «È un sogno, non lo nascondo e di certo il materiale non mi manca. Le fotografie non svelano mai tutto, per questo non mi dispiacerebbe raccontare a parole ciò che va aldilà dello scatto».

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