Un incontro fra generazioni e punti di vista diversi rispetto al modo di intendere l’informazione apre la quarta giornata del workshop “Il giornalismo che verrà”. Il panel Il futuro delle local news ha avuto come protagonista il direttore del quotidiano La Sicilia, Antonello Piraneo, intervistato dalla giovane giornalista del Sicilian Post, Martina Dettori. «Riuscire a mantenere intatto un modello di business fondato sul cartaceo senza snaturarsi – ha spiegato Piraneo – riuscendo al contempo a incontrare il gusto di lettori più giovani, è per una realtà editoriale tradizionale un’impresa titanica. Un ventenne di oggi considera, infatti, la gratuità dell’informazione un diritto acquisito». E sul rapporto sempre complicato sui social ha aggiunto: «Per quanto sia necessario abbracciare questo mondo, resta comunque difficile inseguirne la velocità. Per questo diventa fondamentale offrire un genere di approfondimento che i lettori non troverebbero altrove».

Alle 12 è stata poi la volta del dibattito sul ruolo degli open data con l’Advocacy Officer di Trasparency International Italia Susanna Ferro, l’esponente dell’Associazione OnData Andrea Borruso e il direttore di Pagella Politica Giovanni ZagniOggi internet mette sempre più spesso a disposizione risorse per consultare dati che in molti casi, però, risultano di difficile interpretazione per i giornalisti. Per ovviare alla problematica sono nate realtà come Trasparency International e OnData che con l’iniziativa Dati Bene Comune, nella quale sono coinvolti oltre 280 sostenitori tra giornali e attori e istituzionali, si prefigge l’obiettivo di migliorare la fruibilità dei dati legati alla pandemia o a questioni sociali, come l’immigrazione o l’interruzione di gravidanza. In particolare Susanna Ferro, con il progetto Soldi e politica gestisce una serie di campagne volte a garantire l’integrità in politica: «Da quando tre anni fa è cambiato il sistema di finanziamento dei partiti, passando da pubblico a privato, – ha spiegato – la trasparenza è diventata la nostra priorità. Non esistendo ancora un modello di dati applicato a tutti i partiti, l’unico modo per comprendere se effettivamente dietro una donazione ci sia un conflitto d’interesse è incrociando i dati». In questo modo non solo si vuole garantire la buona condotta della classe dirigente, generando fiducia nell’elettorato, ma anche rendendo facilmente consultabili e condivisibili i dati grezzi. Tuttavia, nonostante la loro crescente importanza, rimane un problema sostanziale di usabilità dei dati. «Questo è un tema fondamentale – dice – e noi spesso abbiamo richiesto che le evidenze sui dati venissero rese pubbliche. Il valore delle informazioni accessibili è oggi più che mai fondamentale».

A concludere la sessione mattutina un confronto sul tema della comunicazione applicata al mondo della musica con il giornalista e musicologo Giuseppe Montemagno che ha tenuto un confronto diretto con il pubblico. «Non c’è una ricetta per comunicare la musica: alla base c’è una preparazione che non si acquisiste né in Conservatorio né all’Università ma solo con l’esperienza sul campo. A questo va aggiunta la necessità si saper raccontare gli eventi. Oggi dobbiamo essere consapevoli che anche la musica si può comunicare in modi innovativi, è il caso del podcast che può agganciare una fetta di pubblico particolarmente giovane».

Nel tardo pomeriggio si è infine affrontato il tema dell’incrocio tra algoritmi ed informazione trattato dal sociologo di fama internazionale e già direttore del McLuhan Institute di Toronto Derrick de Kerckhove, dalla direttrice di Media 2000 Maria Pia Rossignaud e dal sociologo dell’Università di Catania Guido Nicolosi. Partendo dal saggio “Oltre Orwell, il gemello digitale” di Rossignaud e de Kerckhove, Nicolosi ha avviato una riflessione sulla memoria umana intesa per tanti secoli come un fenomeno biologico, fortemente legato all’identità che nel tempo, complice l’avvento delle tecnologie digitali si è sempre più trasferita in supporti digitali. «Un processo che oggi ha raggiunto una nuova frontiera, il gemello digitale. Uno strumento che ci ricorda ancora una volta come la tecnologia non è mai davvero neutrale e come, a volte, possa essere necessario porre dei limiti al suo sviluppo con misure drastiche». D’altra parte, anche nel suo rapporto con l’informazione le moderne innovazioni nascondono alcune insidie: «Da un punto di vista etico, gli algoritmi non sono sempre trasparenti e il rischio è che i significati attribuiti alle parole dall’uomo vengano smarriti, Per questo motivo – ha rilevato la direttrice Rossignaud – è necessario prenderne le distanze e tornare alle basi dell’informazione ed è quello che abbiamo tentato di fare lanciando il progetto Media4Good». A sottolineare ulteriormente il rapporto tra componente umana e tecnologica l’intervento di de Kerckhove: «La trasformazione digitale riguarda in prima persona la figura del giornalista perché sempre più spesso si diffonde la paura che algoritmi progressivamente più affinati possano sostituire il suo lavoro. Tuttavia, considerando che i parametri degli algoritmi sono ancora impostati interamente dall’uomo il rischio che l’originalità del professionista venga definitivamente soppiantata è ancora lontana». 

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