Che strana realtà è l’anima di un popolo. Eterna e solenne memoria di una grandezza trascorsa eppure fragile sospiro da custodire con gelosa cura. Ha la forma di un anfiteatro o di una cattedrale, tanto imponenti da sfidare e sconfiggere la corrosività del tempo, ma anche di un flebile sussurro pronunciato in rima o accompagnato da una nota. Ha le fattezze classiche e sofisticate di un epico viaggio e al tempo stesso gli umili vestimenti di cantastorie e parolieri senza nome. Perché le fiabe, spesso, nonostante la tradizione orale le renda meno tangibili e solide di qualsiasi altra traccia materiale, sono importanti come un tempio. Nella loro apparente innocenza si celano ferite e piaghe della storia che solo chi condivide il patrimonio genetico alla loro base può comprendere con pienezza. Vanno protette, continuamente raccontate e illustrate perché non si sottraggano alla memoria difettosa, incise, scolpite, dipinte. Salvate, insomma, dalla voracità del moderno. Fortuna che, almeno in Sicilia, un’eroina, prima ancora della più nota ricognizione di Pitrè, dedicò tutta sé stessa nel compimento di una tale impresa. Si chiamava Laura Gonzenbach: ai suoi interessi etnologici, che ne fecero la vera e propria controparte femminile di quanto realizzato dai più celebrati e conosciuti fratelli Grimm in Germania, dobbiamo una straordinaria raccolta folkloristica di storie siciliane. A lei dobbiamo la sopravvivenza di un pilastro fondamentale del nostro passato.

Nacque a Messina, Laura, nel 1842, benché gli elementi onomastici indichino chiaramente un’origine nordeuropea. Il padre Peter, banchiere e mercante di grande intraprendenza nonché attento educatore, proveniva infatti dall’area di lingua tedesca della Svizzera, dalla quale si era allontanato quarant’anni prima per ricoprire nell’isola il prestigioso incarico di console della Confederazione Elvetica nella città dello Stretto. Ad ulteriore testimonianza della lungimiranza paterna – specie dopo la prematura dipartita della moglie avvenuta quando Laura aveva appena 5 anni – la figura della sorella Magdalena Gonzenbach, intellettuale raffinatissima dalla quale fu continuamente assistita e supportata nella sua formazione, ricordata oltretutto per la meritoria impresa di aver fondato a Messina, nel 1874, un Istituto-Convitto recante il suo nome e destinato a tutte quelle donne desiderose, in barba alle convenzioni del tempo, di intraprendere una carriera scientifica e accademica. Quattro anni prima, nel 1870, Laura era diventata una delle pioniere della ricerca antropologica nel mondo: dopo inesauste esplorazioni linguistiche e storiche tra i diversi ceti dell’isola (dai contadini agli operai), vide la luce a Lipsia Sicilianische Märchen (ovvero Racconti popolari siciliani). Un’opera monumentale per dimensioni e per rilevanza, tanto da influenzare i massimi protagonisti della nostra letteratura: Giovanni Verga se ne servì nella stesura dei materiali preparatori de I Malavoglia per l’inesauribile ricchezza di proverbi ed espressioni idiomatiche; Capuana ne fece il fondamento della sua produzione fiabesca; Consolo, addirittura, ne fu tanto ammirato da curarne, insieme con Luisa Rubini, una colta rilettura per l’edizione Olschki, ancora oggi consultabile. La medesima edizione nella quale, senza troppi giri di parole, veniva ritenuta decisamente superiore allo stesso Pitrè o a Salvatore Salomone-Marino, per via della sua strabiliante capacità di restituire un’immagine della Sicilia priva di ogni filtro. C’è la bellezza di una lingua stratificata, il caleidoscopico dipanarsi dell’inventiva isolana, ma anche le pratiche più deteriori e controverse messe alla berlina con pungente ironia: storie di preti un po’ troppo estroversi che, alla maniera di Camilleri e dei suoi romanzi storici, importunano innocenti fanciulle. Storie di miseria e di bontà fiaccata da eventi tragici. Storie senza censura di un popolo che, con una battuta, ha sempre addolcito i tanti rospi amari ingoiati.

Laura morì a Messina nel 1878. Legando indissolubilmente la sua figura ad una pagina culturale imprescindibile per la nostra terra. Un’opera che il terribile terremoto messinese del 1908 ha rischiato di cancellare per sempre, causando la dispersione di alcuni dei testi che la Gonzenbach aveva faticosamente recuperato dalla volatilità del racconto orale. Il destino, evidentemente, ha voluto che di lei rimanesse più di un nome un po’ curioso. Privilegio degno di un’eroina, d’altra parte. L’eroina che ha salvato le fiabe siciliane.

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