Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo l’introduzione al volume di Giuseppe Attardi “Alfio Antico, Il Dio del tamburo” (Arcana, 2020)

Non è un romanzo, né una favola. Non è una biografia, nemmeno un’autobiografia. È, forse, tutte e quattro cose. O, piuttosto, non è niente di tutto questo. È, soprattutto, una storia. Quella di Alfio Antico, “u picuraro” diventato il dio del tamburo.

«Alfio Antico è un patrimonio dell’umanità, dovrebbe essere riconosciuto dall’Unesco», rideva Carmen Consoli nel 2011, quando produsse l’album GUTEN MORGEN. Scherzava la “cantantessa”, dicendo però una grande verità. Perché il musicista lentinese non è un semplice ricercatore, né soltanto l’ultimo aedo di una cultura popolare. Alfio Antico non suona musica popolare, è la musica popolare. È la “radica” di una cultura ancestrale, le cui origini si perdono nel tempo. In Alfio Antico c’è la purezza di un mondo incontaminato, nella sua musica la limpidezza del suono, la maestosità della natura, la forza dei sentimenti.

«Quando la musica sorge dalle viscere della terra, ordina il caos ed espelle le impurità. La natura parla e le cose prendono il loro posto nel mondo. Prima del linguaggio, la mano che danza sulla pelle del tamburo compie il prodigio della nascita del suono, come la mano del fabbro quando percuote il metallo o quella del pastore quando ritma il tempo della festa e della veglia». È questo Alfio Antico, artista che esprime sentimenti profondi, elementari, autentici (il sentimento del sacro, della vita, dell’amore, della morte), armonizzando i colori della natura nella ritmica grave dei tamburi.

Ha la saggezza dell’anziano, che trae dai proverbi lezioni di vita. Ha il naso del contadino, che fiuta il vento per capire come cambia il tempo. Ha la genuinità e l’ingenuità del fanciullo, che ancora si stupisce e si emoziona. Ha la curiosità e il coraggio del ragazzo, che portano a nuove conoscenze, ad ardite imprese. Ha l’istinto e la carnalità dell’animale.

Il virtuosismo e la destrezza del genio. È Antico, nel nome, nell’attaccamento alle tradizioni, alle radici, ai valori, alla madre-terra. È moderno, nella ricerca sonora, nelle contaminazioni, nel dare voce e anima ai tamburi. È Alfio Antico, il “tamburo parlante”, un artista unico, come lo definiscono Eugenio Bennato, Peppe Barra e Maurizio Scaparro, con i quali il musicista lentinese lavorò per diverso tempo.

La sua vita sembra un romanzo verista di Verga, ma al contrario dei personaggi dello scrittore di Vizzini, Alfio non è un vinto. A far da scenografia non è il mare di Acitrezza, ma sono le montagne dell’entroterra siracusano. Un’infanzia povera, dura. Costretto a crescere in fretta per dare una mano alla famiglia a causa di un padre gravemente malato. L’asprezza di una gioventù solitaria, trascorsa sulle montagne, a specchiarsi nel sole, ad ascoltare il vento, il suono della pioggia o delle campane del suo gregge. Per rifugiarsi nello scialle della nonna che con il suo magico tamburello scacciava i mostri della solitudine e della paura.

«Facevo u pecuraro, non me ne vergogno», è solito ripetere, scuotendo la sua fluente chioma bianca. «Mi sento un ignorante, ma non volgare. E resto ancora legato alle mie origini. Quando torno in Sicilia vado a trovare il vecchio massaio, il contadino, il pastore. Sono legato alla terra e alla mia terra. Anzi è lei che si è legata a me. C’è un rapporto ancestrale, quasi erotico. È un “radica” che mi dà bellezza, musica, verità».

Contrariamente al pastore Jeli e a Rosso Malpelo, Alfio Antico si è ribellato al suo destino, senza tuttavia mai rinnegare il suo passato. Tutt’altro. È rimasto legato ai suoi inizi, alle sue campagne, alle sue pecore. Cercando di dare dignità al mestiere di pastore, trasformandolo in una forma d’arte. Nelle movenze teatrali sul palco, nel linguaggio, un misto di siciliano antico, gergo pastorizio e versi animaleschi. Nel suo mondo bucolico ritrova quell’armonia che manca alla società odierna. E la storia di Alfio consente anche di volgere lo sguardo sul mondo pastorale, sui suoi riti, costumi: un mondo non sempre idilliaco, come tramandato dagli antichi greci e dai latini, ma dominato anche da violenza, abbrutimento, fatica e dolore. Prima di essere la storia di un artista, questa vuole essere la storia di un uomo. Perché il primo è imprescindibile dal secondo, e viceversa.

Alfio Antico è forse anche il simbolo di quella umanità perduta della quale adesso andiamo alla ricerca e che è l’unica arma affilata che abbiamo per combattere le nostre inutili costruzioni e costrizioni mentali limitanti.


Il libro “Alfio Antico, Il Dio del tamburo” (edito da Arcana) verrà pubblicato il 16 luglio e sarà disponibile su Amazon al seguente link.

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