In occasione dell’Etna Opera Festival ”Il Belcanto”, giunto alla sua quarta edizione, abbiamo intervistato il basso-baritono palermitano per farci raccontare quest’avventura che lo vede impegnato nella duplice veste di direttore artistico e regista

Da quando debuttò a Pavia nel ruolo di Don Pasquale il 16 settembre del 1977, giorno della morte di Maria Callas, la carriera del basso-baritono Simone Alaimo è stata in continua ascesa. Vincitore di molti prestigiosi concorsi si è esibito nei teatri più importanti arricchendo il suo già vasto repertorio che conta 90 opere. Eppure il suo cuore è sempre stato legato a Linguaglossa dove ha trascorso la sua infanzia e dove ogni anno organizza grazie al sostegno di un mecenate, il professore Salvatore Castorina, l’Etna Opera Festival. Un concorso per voci nuove che prevede per i finalisti oltre a una masterclass di canto anche la possibilità di prendere parte alle opere che, a conclusione dell’evento, vengono messe in scena. «Sento che le mie radici sono qui a Linguaglossa – afferma – dove sono arrivato all’età di dieci anni da Villabate per studiare al collegio dei domenicani e in cui sono rimasto fino al diploma prima di iscrivermi all’Università di Palermo. Qualche anno fa ho ottenuto la cittadinanza onoraria e ha
avuto inizio l’avventura del Festival».

Chi ha stimolato in lei l’amore per la musica?

«Mia mamma era pianista quindi ho iniziato con lei. Quando sono arrivato in collegio già sonicchiavo il pianoforte, ma è qui che mi sono perfezionato grazie al maestro Ferdinando Pafumi, un grande musicista che mi prese a cuore. Diceva che ero predisposto alla musica e fui molto fortunato a essere scelto come suo allievo. Quando ritornai qui, a distanza di anni e già in carriera, mi accolse con le lacrime agli occhi, la storia gli aveva dato ragione».

È legato a qualche momento particolare della sua carriera?

«Sì, quando vinsi il primo Festival internazionale Maria Callas nel 1980. La Rai trasmise l’evento in mondovisione e fu il debutto che mi fece affermare con il grande pubblico».

All’interno del Festival ricopre la doppia veste di direttore artistico e regista. Che lettura ha deciso di dare alle “Le nozze di Figaro” di Mozart e al “Don Pasquale” di Donizetti?

«Ho scelto di ambientare gli spettacoli negli anni Cinquanta perché è più facile trovare scene e costumi di quel periodo. Il Festival non ha sovvenzioni di alcun tipo e può contare solo sulla generosità del professore Castorina dunque, per non gravare ulteriormente sul bilancio, mi sono adattato a fare anche le regie, a titolo gratuito. L’impegno di direttore artistico però è gravoso e mi stanca parecchio, per fortuna fra i ragazzi ho trovato un aiuto-regista molto bravo, Davide Sciacchitano, la cui collaborazione per me è stata preziosissima. Sono comunque contento del risultato».

Com’è stata la collaborazione con il direttore d’orchestra?

«Con il Maestro Andrea Tarantino ci siamo trovati subito in sintonia. Ogni tanto abbiamo avuto qualche divergenza d’opinione ma abbiamo sempre lavorato insieme per lo stesso scopo, il successo del Festival».

Il Festival ha all’attivo quattro edizioni, può darci qualche anticipazione sull’anno prossimo?

«Il concorso si svolgerà quasi certamente a maggio e tra le opere che metteremo in scena con i vincitori ci sarà “Cavalleria rusticana”. L’altra, la decideremo più avanti».

Quindi è importante partecipare ai concorsi?

«Sì ma solo a quelli seri. Noi siamo attenti, nel nostro Festival, a far prevalere la meritocrazia».

Come si relaziona con i giovani?

«L’insegnamento è la mia vocazione; prima di fare il cantante, dopo la laurea in lettere, ho insegnato a scuola per qualche anno. Dedicarmi ai giovani è il mio obiettivo per il futuro e lo faccio sia attraverso il Festival sia nell’Accademia di canto che da qualche anno ho aperto a Palermo e che ha permesso a tanti ragazzi di studiare senza lasciare la Sicilia. L’Accademia ha cresciuto artisti che ora si esibiscono in tutto il mondo: Nicola Alaimo, Jessica Nuccio, Angelo Villari, Adriana Di Paola».

Come possiamo avvicinare i giovani catanesi alla lirica?

«Qualche anno fa, in occasione dell’opera “Viva la mamma” di Donizetti tenni diverse conferenze e incontri anche nelle scuole per creare interesse nei giovani. Con l’allora sovrintendente Rita Gari avevamo seminato bene, poi è cambiata la direzione artistica e purtroppo non abbiamo potuto raccogliere i frutti. C’è anche da dire che c’è un po’ di snobismo. Risultato è che pur avendo inventato noi italiani l’opera lirica, non riusciamo a riempire i teatri come fanno in America, Cina o in altre parti del mondo».

La tecnica negli anni è rimasta invariata oppure no?

«La tecnica per i cantanti è sempre uguale, è una ma bisogna saperla insegnare. Qui ci sono ragazzi che sono bravi, hanno belle voci, sono musicali ma che tecnicamente ho trovato un po’carenti. Nei giorni della masterclass, offerta ai vincitori, abbiamo lavorato tanto in questo senso ottenendo buoni risultati».

Sappiamo che ci sarà una sorpresa per l’ultima replica.

«Sì, il 4 agosto accanto ai miei ragazzi interpreterò Don Pasquale, il titolo del mio debutto, con il quale voglio chiudere il Festival e ringraziare il pubblico che negli anni è sempre più numeroso».

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