Da Librino a Shanghai: Paolo Chilelli, il maestro di kung fu con la coppola
Da dieci anni, il maestro siciliano insegna arti marziali in Cina, dove è diventato un volto conosciuto anche grazie ai social e al suo inseparabile copricapo. «Qui il kung fu non è solamente un’arte marziale ma la metafora della vita. Non ha nulla a che vedere con le filosofie orientaliste che gli vengono ricamate intorno: è in ogni cosa». Ma dietro la notorietà c’è un percorso iniziato a Catania, una partenza che doveva durare un anno, la diffidenza di alcuni verso un occidentale che insegna agli orientali e una scoperta: che le arti marziali non sono soltanto una disciplina da imparare, ma una cultura da abitare. E un giorno, sogna, di poter diventare tra la sua terra natale e l’Oriente
«La mia storia inizia a Catania, nel quartiere di Librino». Una Shanghai nuvolosa si estende oltre le finestre mentre Paolo Chilelli inizia a raccontare. È seduto all’ingresso della sua scuola di arti marziali, e dietro di lui si intravede una frase – in cinese – che ha scelto per accogliere i suoi allievi: “Il vero maestro sta nella città”. Come a voler dire che non è un eremita ma qualcuno che riesce a isolare sé stesso pur rimanendo in mezzo agli altri. Paolo, che oggi vive tra milioni di persone, in una metropoli in cui «è difficile identificare un centro», ha scelto dove stare dieci anni fa, quando ha cominciato a coltivare il suo rapporto con il kung fu. «Inizialmente era un amore tiepido. Facevo l’assistente al PalaNitta, ma mi sono realmente innamorato di questa arte intorno ai vent’anni, quando ho cominciato a studiare filosofia all’università. A suscitare il mio interesse erano gli aspetti filosofici a cui si connetteva, legati all’orientalismo e al taoismo – spinto anche dal fatto che, nel frattempo, imparavo il kung fu da un maestro cinese».
Mentre l’amore cresce, Paolo studia Scienze dell’educazione a Messina, lavora nelle scuole e porta avanti corsi di arti marziali nei luoghi in cui vive. C’è, fin dall’inizio, un’attenzione che va oltre la tecnica: quella per il rapporto con gli allievi, soprattutto con i più giovani, e per la possibilità di offrire loro uno spazio in cui trovare ascolto e occasioni di crescita. Poi arrivano nuove esperienze, collaborazioni con una federazione, viaggi e occasioni di confronto fuori dall’Italia, tra cui una presentazione del Taiji al Parlamento europeo di Bruxelles e un evento all’Università di Edimburgo. Orizzonti che si allargano e, insieme, la sensazione di essere arrivato a un limite. «Vedevo l’Etna dietro e il mare davanti». Proprio il mare, racconta, sarebbe diventato il vero maestro. La passione, intanto, era cresciuta fino a trasformarsi in un fuoco che chiedeva altro spazio. «Se resto qua, sono arrivato al massimo, non posso dare di più», si dice. La decisione di partire, quindi, è quasi naturale: se vuole conoscere davvero quell’arte, deve andare nel luogo in cui è nata e si è sviluppata. «Se voglio imparare a fare l’arancino, vado in Sicilia, no? Se voglio imparare a fare la pizza, vado a Napoli». Per il kung fu, la destinazione è la Cina.
Nel kung fu non è la tecnica l’aspetto più importante. Il tè preparato dopo l’allenamento, il cibo cucinato per gli allievi stanchi, le conversazioni che continuano anche quando la pratica è finita. Un maestro può mettersi ai fornelli o portare una porchetta da condividere con il gruppo»
Paolo Chilelli
UN ANNO A SHANGHAI, POI LA VITA CAMBIA PROGRAMMA. La scelta vira su Shanghai perché lì c’è il suo maestro e, in più, in città abita anche un amico disposto a ospitarlo per il primo mese. Chilelli arriva con un visto da studente e un’idea piuttosto precisa del futuro: «Pensavo di fermarmi per un anno soltanto, di imparare la lingua e fare esperienze che – perché no? – avrei potuto “rivendermi” in Italia». Ma quel viaggio, per lui, finisce per diventare molto più che un periodo di formazione. «La vera crescita nasce nel momento in cui noi naufraghiamo nel mare che ci guida», spiega. «Quando ci si perde, viene meno la possibilità di controllare tutto: bisogna trovare il modo di stare a galla, imparare a leggere ciò che accade e accettare di cambiare prospettiva». La Cina gli offre soprattutto questo. Ogni nuova scoperta apre una domanda, ogni risposta sembra rendere necessario un ulteriore approfondimento. «Più studiavo, più volevo studiare». Nel frattempo, le circostanze contribuiscono a trattenerlo. Un incontro fortuito gli procura un contratto per insegnare semiotica all’università SISU di Shanghai; conosce la donna che diventerà sua moglie e decide di dedicarsi sempre più all’insegnamento del kung fu. Apre la sua scuola, che oggi ha ricevuto il riconoscimento di Intangible Cultural Heritage; comincia con piccoli gruppi di bambini, che nel tempo crescono, e insegna diverse discipline: baguazhang, wing chun, taijiquan. Il progetto iniziale di rientrare in Italia perde progressivamente centralità. Poi arriva il Covid, e con la pandemia anche la possibilità concreta di ripartire. Chilelli ci pensa, ma la situazione familiare pesa sulla scelta: la sua compagna cinese non avrebbe potuto stabilirsi in Italia semplicemente con un visto turistico. Decide di restare. Quella che sembrava una permanenza provvisoria diventa così una vita costruita sul posto. E, dopo la pandemia, quando molti stranieri lasciano la Cina e le occasioni di incontro ricominciano a moltiplicarsi, la sua scuola e i suoi contenuti online iniziano a raggiungere un pubblico sempre più ampio.

LA RELAZIONE OLTRE LA TECNICA. In quel luogo che diventa la sua nuova casa, Paolo impara a guardare l’arte del kung fu con nuovi occhi: «Qui non è solamente un’arte marziale ma la metafora della vita. Non ha nulla a che vedere con le filosofie orientaliste che gli vengono ricamate intorno, ma è in ogni cosa. Letteralmente, kung fu significa “saper fare qualcosa”; se sai fare la pizza, anche quello è kung fu. Ecco perché ho capito che, alla fine, il vero kung fu me lo hanno insegnato mia madre e mio padre». Persino i gesti più semplici assumono un nuovo significato. «Una delle prime cose che ho imparato qui riguarda il classico saluto, quello che si vede anche nei film, fatto chiudendo un pugno dentro la mano. In Italia mi avevano sempre spiegato che rappresenta “la mano del monaco”, il dualismo, lo Yin e lo Yang… e invece ha una storia molto più antica, è simbolo dell’incontro tra le dinastie Qing e Ming, il sole e la luna, un modo potente per sottolineare l’identità cinese». Capisce inoltre che, nel kung fu, «non è la tecnica l’aspetto più importante». Lo dimostra il modo in cui i maestri cinesi lo insegnano: «Il tè preparato dopo l’allenamento, il cibo cucinato per gli allievi stanchi, le conversazioni che continuano anche quando la pratica è finita. Un maestro può mettersi ai fornelli o portare una porchetta da condividere con il gruppo».
«Qui il kung fu è sacro, il fatto che io sia un occidentale che pratica e insegna, per di più indossando un simbolo siciliano, spesso mi ha reso un personaggio scomodo. Sui social ho ricevuto e continuo a ricevere commenti negativi, a volte qualcuno è venuto persino a sfidarmi in palestra!»
Paolo Chilelli
MAESTRO…E PERSONAGGIO. C’è un elemento che accompagna Chilelli in questo percorso e che, a Shanghai, finisce per distinguerlo quanto la sua storia: la coppola. Non un accessorio scelto per costruire un personaggio, ma un legame con la Sicilia che ha deciso di portare con sé. «È l’unico elemento siciliano che tengo, non me la tolgo mai», racconta. Ne possiede diverse, in colori differenti, alcune personalizzate con gli alamari cinesi, le tradizionali chiusure a nodo. La indossa mentre insegna e nelle occasioni pubbliche. È comparsa anche in un video musicale per il Capodanno cinese, nel quale è stata costruita una storia intorno al passaggio dal copricapo cinese alla coppola siciliana.
Racconta che in questi dieci anni trascorsi in Cina è stato «assorbito dalla cultura cinese», ma non sempre è un processo facile. «Qui il kung fu è sacro, il fatto che io sia un occidentale che pratica e insegna, per di più indossando un simbolo siciliano, spesso mi ha reso un personaggio scomodo. Sui social ho ricevuto e continuo a ricevere commenti negativi, a volte qualcuno è venuto persino a sfidarmi in palestra! Sono stato accusato di non potere comprendere davvero il kung fu perché non ho il sangue di chi, qui, lo ha trasmesso per intere generazioni». La sua risposta? È la vita che ha costruito: la scuola è a Shanghai, i suoi allievi sono cinesi, la sua famiglia è lì. «Non vedo casa da dieci anni», osserva, ricordando quanto raramente sia riuscito a tornare in Sicilia. Non rivendica, però, il diritto di presentarsi come un maestro arrivato da lontano per insegnare ai cinesi qualcosa della loro stessa cultura. Al contrario, insiste sul percorso di studio e sulla relazione con chi quella tradizione gliel’ha trasmessa: «Ho avuto dei maestri, ho dei maestri, studio con le persone cinesi». È anche per questo che viene raccontato come un «figlio adottivo della Cina»: non perché abbia smesso di essere siciliano, ma perché ha scelto di imparare prima di pretendere di insegnare.
DUE MONDI CHE SI SOMIGLIANO. La distanza geografica non ha cancellato il legame con la Sicilia. Al contrario, secondo Chilelli, vivere in Cina gli ha permesso di riconoscere somiglianze che da lontano sarebbero state meno evidenti. Ci sono immagini che gli ricordano persino Catania e Librino: «I cinesi sono molto molto più simili ai siciliani di quello che pensiamo. Anche qui le famiglie amano riunirsi in occasione delle festività, allestiscono lunghe tavolate a cui prendono parte intere generazioni. E anche qui – aggiunge sorridendo – si va in tre o in quattro sul motorino!».
Elementi che non cancellano del tutto la voglia di tornare a casa, un giorno. Anzi, Chilelli sogna di rientrare e creare un collegamento stabile tra l’isola e la Cina: una sorta di nuova via della seta culturale, capace di favorire scambi tra maestri, atleti e scuole di arti marziali. Non soltanto un progetto personale, ma un modo per aprire possibilità ad altri. C’è, in questo desiderio, anche il ricordo delle proprie origini. «A Librino c’è un sacco di gente bravissima, con tantissimo potenziale», dice. È un pensiero che riporta il suo percorso al punto di partenza: alle possibilità che possono emergere anche da contesti raccontati soprattutto attraverso le loro difficoltà. Prima di diventare il maestro con la coppola conosciuto in Cina, Chilelli era un ragazzo che aiutava in palestra e che, attraverso l’educazione e il kung fu, cercava un modo per dare qualcosa agli altri. Oggi quella stessa tensione si traduce nel desiderio di condividere ciò che ha imparato, senza presentare il proprio cammino come una formula valida per tutti. «La vera conoscenza l’acquisisci nel momento che realmente la doni», dice. È forse la frase che più di ogni altra riassume il senso del suo insegnamento: studiare non per arrivare a un punto in cui ci si possa dichiarare finalmente maestri, ma per continuare a imparare e rendere accessibile agli altri ciò che si è ricevuto.
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Paolo Chilelli
4 giorni agoGrazie di cuore al Sicilian Post per aver raccontato la mia storia con tanta sensibilità. Dopo tanti anni di interviste in lingue diverse, essere raccontato in italiano, dalla mia terra, ha un significato davvero speciale. È stato un piacere e un grande onore!