Dal “Gattopardo” ai “Malavoglia”: i classici siciliani e il loro fascino sui grandi registi

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Visconti, Zeffirelli, i fratelli Taviani e altri ancora: il meglio della nostra storia cinematografica ha tratto ispirazione dai capolavori della nostra letteratura, dando vita a pellicole memorabili. Nessuno di loro era siciliano, eppure il legame con la nostra terra fu fortissimo. Perché, per un maestro di cinema, niente è meglio di una terra che cela tesori e misteri, che oscilla tra la luce della vita e il buio della tristezza, per trarre ispirazione

«Da noi ogni manifestazione, anche la più violenta, è un’aspirazione all’oblio. La nostra sensualità è desiderio di oblio. Le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte. La nostra pigrizia, la penetrante dolcezza dei nostri sorbetti, desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte». Un ritratto della Sicilia e dei siciliani dai toni forti, quello pronunciato dal principe Don Fabrizio di Salina, nel capolavoro cinematografico Il Gattopardo, firmato da Luchino Visconti nel 1963, a sua volta ispirato al ciclopico romanzo di Tomasi di Lampedusa del 1958. Un ritratto evocativo, come solo l’arte sa offrire, crudo, forse fin troppo nel suo nucleo più profondo. Ma non troppo lontano dalla realtà di una terra che, come nessuna, sa alternare rassegnazione e rivolta, forza d’animo e disperazione, ricerca di agognati piaceri e sconfitta di fronte alle avversità della storia, speranze dei deboli e lotte feroci tra i potenti. E chissà che non sia questa anima multiforme, questa capacità di imbrigliare lo scorrere del tempo nel continuo avvicendarsi delle vite, ad aver catturato l’attenzione dei più grandi geni della storia del cinema italiano. Che non si sono limitati a trasporre le opere da un medium all’altro, ma hanno sentito l’esigenza di contribuire con un tocco personale alla ricostruzione storico-culturale della Sicilia. E non è un caso che, da più parti, per tornare al Gattopardo – complice anche la levatura di Visconti – si sostenga come il film, nella sua sublimità, abbia sopravanzato il già considerevole romanzo.

A testimonianza di un interesse sistematico per i classici della nostra letteratura, diversi sono stati i grandi romanzi che hanno rubato la scena anche sul grande schermo. Già ben prima, tra l’altro, dell’esperienza del Gattopardo, se consideriamo che lo stesso Visconti nel 1948 aveva diretto La terra trema, ispirato ai Malavoglia verghiani, includendo nel cast veri e propri pescatori, a differenza della successiva pellicola, a cui presero parte nomi stellari quali Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale e, curiosamente, anche un giovane Terence Hill. Ancor prima del Gattopardo, spostandoci sul versante della produzione brancatiana, nel 1960 Mauro Bolognini diresse le riprese de Il bell’Antonio: anche qui la grandissima Claudia Cardinale ebbe un ruolo di primo piano, nei panni di Barbara Puglisi, compagna del protagonista Antonio Magnano, interpretato da un’altra luminosa stella del panorama cinematografico italiano e mondiale, ovvero Marcello Mastroianni. La lista si conclude forse qui? Tutt’altro. Come non menzionare il lavoro dei fratelli Taviani nel 1984, allorché con il loro Kaos, rifacendosi esplicitamente al nome della contrada che diede i natali a Luigi Pirandello, portarono al cinema quattro Novelle per un anno dello scrittore agrigentino, aggiungendovi un quinto racconto frutto della loro elaborazione artistica. Non solo alla pellicola va dato un occhio di riguardo per il lavoro preparatorio che i due grandissimi registi operarono sul testo di Pirandello, ma va ricordata come l’ultima apparizione cinematografica del duo Franco e Ciccio, nonché per le musiche composte da Nicola Piovani. Nemmeno il maestro Zeffirelli rimase indifferente al richiamo della nostra letteratura: anche lui, come il Visconti del ’48, ammaliato dalle pagine verghiane. Non più, però, da quelle ambientate sul mare di Aci Trezza, ma da quelle passionali e maledettamente tragiche che avvennero alle pendici dell’Etna, tra le pagine di Storia di una capinera. Era il 1993 quando la dolce Maria approdava nei nostri cinema.

Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale ne “Il bell’Antonio”

I massimi esponenti della Settima Arte nostrana, dunque, provenienti da ogni angolo d’Italia, guardarono con particolari attenzione e fervore alla nostra produzione letteraria, coinvolgendo attori, musicisti e sceneggiatori di livello eccelso. Ma da cosa deriva questo attaccamento a vicende siciliane da parte di non isolani? Cosa li ha imbrigliati nella rete della nostra storia? Cosa li ha portati a incrociare i passi dei nostri più grandi scrittori? Forse proprio il non essere siciliani. La volontà di calarsi nel nostro mistero, di sentire sulla loro pelle i nostri eccessi e le nostre miserie, le nostre vette e le nostre depressioni. Niente di meglio per un regista, a caccia di sollecitazioni e di dettagli illuminanti, a caccia di tesori, che cercare nell’isola che da sempre cela più di quanto possiamo immaginare. E quando la sensibilità di questi grandi personaggi si unisce alla sicilitudine, ecco una miscela esplosiva. Figlia di una terra che sembra un pendolo, divisa tra l’inabissarsi e l’essere splendente.

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