Si può mentire così a lungo da dimenticare la verità? Da confondere i due piani al punto da considerarli indistinguibili? Se c’è una cosa che secoli di letteratura ci hanno tramandato, è che il confine tra realtà e finzione, tra dubbio e certezza, è sempre labile, a tratti impercettibile. Pare che il saggio Confucio una volta abbia detto: «Niente è più visibile di ciò che resta nascosto». Perché, talvolta, nelle bugie c’è più conforto che nell’onestà. C’è più bisogno di purezza che nella trasparenza. Specie quando la verità non è il frutto – come sempre dovrebbe essere – della libertà, ma dell’imposizione, dei secondi fini, dell’utilitarismo. È il volto inquietante delle omissioni, delle frasi riportate a metà, delle ammissioni parziali. Il volto insidioso che fa del bene e del male due sfumature quasi convergenti. Ed è per questo che la scrittura è stata investita dell’alto compito di mettere a nudo queste deformazioni, di ridare dignità al reale attraverso un fittizio sublime. Un tema molto caro ai grandi autori siciliani, che a più riprese, a partire naturalmente da Sciascia, vi si sono soffermati tra gialli mozzafiato e spinose inchieste. Ma se volessimo indicare il capostipite di questa produzione improntata ad indagare l’ambiguo legame tra affermazione e contraddizione, dovremmo certamente fare riferimento ad uno dei massimi capolavori partoriti dal genio di Gesualdo Bufalino. Quel Le menzogne della notte che nel 1988 si aggiudicò il Premio Strega in virtù della sua indefinibile unicità.

Qualcuno lo ha definito non-romanzo, altri una sorta di pièce teatrale improvvisata, in cui ogni personaggio recita, consapevolmente e non, un ruolo predeterminato. Lo stesso Bufalino, che certo non disdegnava di destreggiarsi acrobaticamente tra le parole, ne diede affascinanti e inusitate definizioni: fantasia storica, giallo metafisico, moralità leggendaria. Addirittura argomento a piacere per il lettore. E, in effetti, le vicende dei quattro personaggi prigionieri di una non meglio specificata fortezza antica, in un non meglio specificato tempo monarchico, più che assecondare uno sviluppo lineare sembrano dissolversi in un infinito gioco di specchi, frammentarsi nella disperazione di un’ultima notte in cui vita e morte si intrecciano nello spazio di un racconto. A Corrado Ingafù detto il Barone, Narciso detto Lo studente, Agesilao detto Il Soldato e Saglimbeni detto Il Poeta, condannati per essere stati in combutta con il rivoluzionario Padreterno, del resto, rimangono poche ore prima dell’esecuzione. Il loro aguzzino, il governatore del carcere Consalvo De Ritis, garantisce loro l’opportunità di trascorrere in serenità quell’ultima notte, a patto che, al termine di essa, uno di loro sia disposto a vuotare il sacco sull’identità del loro leader. E così decidono di riempire questa agonia raccontando di un momento in cui le loro vite sono state felici. Uno sfondo vagamente boccaccesco in cui, tuttavia, fin dall’inizio la veridicità delle novelle appare tutt’altro che certa. In quelle falsità meticolosamente studiate, c’è forse la volontà di depistare, di rimanere fedeli al proprio credo. O, forse, semplicemente la volontà di essere, anche solo per un attimo, l’ombra di qualcun altro. Ciò che il lettore apprende con certezza e che nessuno cede al ricatto. L’esecuzione ha luogo. E mentre, attraverso il testamento redatto da De Ritis prima di suicidarsi, tutte le inesattezze dei racconti vengono a galla, un nuovo, enorme dubbio attanaglia i fruitori del testo in conclusione: è davvero mai esistito Padreterno? Era forse lo stesso De Ritis? E i condannati erano davvero colpevoli?

Nel mare infinito delle possibilità offerte dal romanzo, si staglia dunque uno straordinario e perturbante affresco di ritrosie. Ciò che era creduto vero, probabilmente, non lo era. Ciò che era stato spacciato per falso, forse, era solo reale in parte. Oppure nulla di tutta quella pantomima è mai esistita davvero. E mentre, come nella vita di ogni giorno, sospesi tra informazioni attendibili ma non troppo, ci affanniamo a distinguere l’opaco dall’autentico, assegnando arbitrariamente valori di sicurezza tutt’altro che comprovati, risuona il monologo del carceriere. Eterna sentenza di un’eterna storia: «Allora mi chiedo: io, chi sono? Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri? Siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d’una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia d’un prestigiatore nemico? Se così è, niente è vero. Peggio: niente è, ogni fatto è uno zero che non può uscire da sé. Apocrifi noi tutti, ma apocrifo anche chi ci dirige o raffrena, chi ci accozza o divide: metafisici niente, noi e lui, mischiati a vanvera da un recidivo disguido: nasi di carnevale su teschi colmi di buchi e d’assenza… Ho visto un quadro a Parigi, or è un anno. Rappresentava una scimmia in un atelier, con tavolozza e pennelli. Saremmo questo, noi creature di lacrime? Gli scarabocchi d’una scimmia pittrice? Se non pure fantocci in piedi, nel mezzo di una stanza, moltiplicati da due specchi che si fronteggiano?».

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