Diario di un malpensante: il viaggio tortuoso nell’interiorità di Bufalino

Definita nei modi più disparati – raccolta di aforismi, zibaldone di pensieri, miscellanea di detti memorabili – l’opera dello scrittore di Comiso è un insieme di fulminee suggestioni. L’espressione di un’anima che dialoga con sé stessa, che si fa consumare dal dubbio, ma che al tempo stesso lo accoglie. Che non sa come inseguire la felicità o custodire il tempo: ma che proprio per questo, in maniera del tutto umana, non smette mai di provarci

Giunge, con frequenza variabile, un momento nel quale la letteratura necessita di assumere la forma del sé che scrive. Di tramutarsi, cioè, in qualcosa di fugace, rabdomantico, dissestato. Più si sforza di rispecchiare l’interiorità, più il suo fluire sulla pagina si fa frastagliato, accidentato. Corre sul precipizio di una frase che incespica, sorvola gli abissi di una memoria dolorosa e poi giù, in picchiata, dove le percezioni si fanno contraddittorie. Dove la realtà non distingue sé stessa dalla percezione. Dove la finzione prende forma. Non può trovare, quel genere di letteratura, una collocazione lineare. Può solo districarsi, come nella più fitta delle giungle, tra pensieri disseminati, tra rimpianti senza voce, tra suggestioni fulminee e smozzicate. Danzando e incespicando tra i segnalibri di un diario, nei silenzi lasciati aperti da disperati monologhi. E neppure il termine “diario” riuscirebbe a contenerne tutte le sfumature. Brogliaccio, zibaldone, miscellanea, raccolta: tutte definizioni coesistenti. Tutte facce di una medaglia non troppo decifrabile. Perché, in fondo, come fare a circoscrivere un insieme di aforismi? Una successione di detti dal tono quasi gnomico, che sono già finiti prima ancora che si abbia avuto il tempo di approcciarli? Come sperare di orientarsi in un simile dedalo di inganni e fantasmi? Spiazzando la logica. Trovando nel linguaggio – e nella riflessione su di esso – una chiave di lettura inedita. Soffermandosi sui nodi nei quali la nostra interiorità, più o meno consapevolmente, finisce per aggrovigliarsi. È così che Gesualdo Bufalino, nel 1987, presentava quell’opera assolutamente sui generis che è Il malpensante. Lunario dell’anno che fu. Non appena come un faldone letterario di annotazioni, detti memorabili o considerazioni umorali, ma piuttosto come uno spazio dove l’anima interroga sé stessa. Scrutando il male che soffoca, l’inceppo nell’ingranaggio della quotidianità, la nube che oscura i teneri lampi della felicità. Il suo stesso autore che, in maniera teatrale, sembra, ma non troppo, dimenarsi verso la libertà.

Da quei pensieri, dopotutto, Bufalino non sapeva – o non voleva – affrancarsi. Dall’impressione opprimente che qualcosa concorresse ad ampliare la sua inquietudine. Dalla sensazione di un destino negato, frustrato, irrimediabilmente legato ad una mancanza, ad una vaga incompletezza. Ed ecco che in queste sequenze che lo scrittore di Comiso si affrettava a non paragonare a quelle di Leopardi – ma che fin troppo debitrici sono dell’esempio del recanatese per poter essere ignorate – emergeva, come uno spettro dispettoso, la dimensione inafferrabile del tempo. L’impossibilità di affermarsi al di là dell’incertezza. «Capita a volte – scriveva – di sentirsi per un minuto felici. Non fatevi cogliere dal panico: è questione di un attimo e passa». O ancora, rimpiangendo chissà quale etereo frangente, o aggrappandosi ad uno presente già in via di dissolvimento: «Eppure un guizzo solo di primavera basta a rendere allegra l’anima vedova, a mutare in piani di esaltata Arlecchina queste ostinate gramaglie». Per poi sentenziare, dinanzi all’eterno dilemma di chi, ogni tanto, preferirebbe perdere la memoria delle doglie passate: «I ricordi ci uccidono. Senza memoria, saremmo immortali». È quasi un’ammissione di ingenuità, quella che Bufalino offriva in questo libro senza confini: l’idea che si può essere consapevoli di un’illusione, senza tuttavia trovare la forza di lasciarla andare. Che si può titanicamente – o ottusamente? – tentare di ribaltare la sorte, le probabilità, la natura stessa, senza tuttavia giungere al risultato sperato: «Metri, metronomi, meridiane… L’uomo presume, misurando lo spazio e il tempo, di vincerli, mentre sono essi che misurano lui». Eppure, qua e là, dal fondale di quei pensieri annegati, ecco riaffiorare timidamente qualcosa di non lontano da una speranza. Che risiede nell’uomo e nella sua inventiva, nell’acrobatica capacità di stare al mondo, di trascinare la propria malinconia senza lasciarsi del tutto affossare. «Comunque vada – si legge in una delle numerosissime citazioni brevi – la nostra partita con la vita finirà zero a zero». Un mesto pareggio, forse. Ma non una sconfitta su tutta la linea. «Due infelicità, sommate, possono fare una felicità». Sta qui il traguardo della pienezza che sembrava invece irraggiungibile? Nel riconoscersi bisognosi di condividere le proprie fragilità con qualcuno? Nel mettere in ombra il pensiero della fine con qualcosa che, si auspica, una fine non l’abbia mai?

Non sarà certo Il malpensante a stabilire quale sia la traccia da seguire con certezza. Non è questo che al libello di Bufalino dovremmo chiedere. Ma di guidarci, nonostante un approdo forse inesistente, quello sì. Di guidarci dove si può giungere solo quando si è da soli con sé stessi. Dove sonno e insonnia convivono fino al punto da divenire la medesima entità. Dove l’immaginazione si fa salvifica contro le strettoie della realtà. Nel luogo inaccessibile dove tutti finiamo per giudicarci in rapporto agli altri. Dove «il dubbio è una passerella che trema tra l’errore e la verità». D’altronde, «ognuno sogna i sogni che si merita».

(Immagine in copertina generata con Adobe Firefly)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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