Consolo e l’abisso del mondo: quando la guerra diventa la nostra normalità
È da sempre la grande strategia di chi provoca e conduce i conflitti: farli passare per necessari, inevitabili, mettere in piedi la finzione degli eroi e dei malvagi, della giustizia da ripristinare. Fin quando il teatrino della menzogna smette di apparire tale e diventa credibile. Ripercorrendo i grandi conflitti del Novecento in “La sintassi del regime”, lo scrittore siciliano smaschera questi meccanismi di potere, che coinvolgono anche la lingua, il modo in cui parliamo. Perché, senza accorgercene, tutti, ascoltando ossessivamente le ragioni della guerra, finiamo per iterarne il linguaggio
Sul grande palco della Storia, tra le pieghe di uno spettacolo che ciclicamente si offre in replica, luci e ombre si muovono intrecciate. La verità si copre di falsità e l’orrore di un’epica quasi cavalleresca. E le intenzioni, le animate dichiarazioni di chi su quel proscenio è abituato a muoversi, si espongono e si eclissano, si lanciano e si acquietano dietro maschere di circostanza, con la medesima rapidità. Perché nel teatro della guerra nulla può mostrarsi per ciò che davvero è. Ma solo come un’eco di promesse già fatte. Di vanaglorie astratte, che tratteggiano immagini inesistenti. Di verbose celebrazioni che finiscono per sotterrare tutto ciò che realmente si staglia dietro l’ego dei potenti: gli uomini e le loro tragedie. Le loro ignorate fragilità. Le loro voci spezzate e schernite. È questo, il segreto di tutte le guerre: camuffarsi come inesorabili necessità. Essere in grado di rovesciare a proprio favore il rapporto tra interesse collettivo e ambizione personale. Perfino il linguaggio, sapientemente distorto, non può far altro che porgere i propri ossequi. Tramutandosi non solo nella spia di un autoritarismo crescente, ma anche nel cardine, nel fondamento della sua stessa esistenza. Sono ossessive, infatti, le guerre. Martellanti promemoria di atavici antagonismi. Insistenti condanne che rintracciano continuamente nuovi nemici da abbattere, nuove barriere da innalzare. Dissimulano la pace come un ostacolo e, al tempo stesso, come una meta da risanare, raggiungibile solo con il sangue. Coniano formule stereotipate da memorizzare, in cui c’è sempre un malvagio da sconfiggere e un eroe che ha a cuore il ripristino di una cosmica giustizia. Ma poi, quando il carrozzone ha finito di esibirsi, quando il sipario ha posto il suo velo sul silenzio, cosa resta della presunta nobiltà del combattere? Solo il guscio vuoto di proclami fuggiti col vento. La patetica, ignobile, insulsa nudità dei fatti. È su questi precisi meccanismi che Vincenzo Consolo si soffermò nel 2004, quando, ripercorrendo in lungo e in largo il Novecento – dagli anni del regime fascista alle più recenti lotte nei Balcani – si ritrovò dinanzi a dei tratti comuni e ricorrenti che contraddistinguono ogni conflitto, ogni assolutismo. Il frutto di quella retrospettiva votata al presente fu quasi un manuale di casi studio, una grammatica dell’avidità. Una collezione di segnali che, evidentemente, non abbiamo ancora imparato ad interpretare: La sintassi del regime.
Come tutte le sue altisonanti giustificazioni, i suoi apparentemente sensati ragionamenti, tutte le guerre, e le menti che le partoriscono, amano incensarsi. Mostrarsi totalizzanti, instillarsi sottopelle, occupare pensieri, sentimenti, sogni. Sostituire con la propria autorità la quotidianità dell’espressione verbale. Diventare massa per conquistare la massa: «Nel nostro presente – scrive Consolo – in cui ormai tutte le nostre lingue sono state modificate, sono insorte nuove metafisiche, nuovi misticismi, come negli anni Venti, l’instaurarsi di nuovi totalitarismi. E, prima d’ogni altro, il totalitarismo dei mezzi di comunicazione di massa, che ha il potere di seppellire, nel nostro mondo globalizzato, le parole della verità, di imporci ogni giorno l’impostura, la menzogna. E nel fango della menzogna viene seppellita la libertà di pensiero, la libertà di espressione. Viene seppellita la poesia, viene seppellita la civiltà. Totalitarismo, quello dei media, che è feroce, aggressivo, bellicoso». E così la brutalità della morte e del dolore vengono quasi anestetizzate dal ritmo incalzante di un telegiornale. Dalla quantità immane di notizie che rullano inseguendosi forsennatamente. Dalla ripetizione ossessiva di rassicurazioni che, in fondo, non sono altro che nuove anticipazioni d’assalto fatale. Di guerra si parla fino allo sfinimento, perché le parole, annegate in un mare di sensi manipolati, finiscono per confondere. Per dare ragione a chi si erge a paladino della libertà e della civiltà. Per pararsi davanti alla vera ragione che, da sempre, muove aerei e artiglierie: «Mette in campo, come simulacro, come ieri metteva in campo la diversità della razza, la categoria metafisica del Male: questo indica come Nemico, questo urla di voler distruggere con le armi. Ma dietro lo spirituale simulacro, sappiamo – riusciamo ancora a sapere -, che vi è la materialità delle fonti energetiche, l’oleosa, sporca concretezza dell’oro nero, del petrolio. Dietro o sotto le bombe vi sono invece le vite umane, vi sono i corpi fragili degli innocenti». Ma arriva un momento in cui l’inganno svela le proprie illusioni. In cui il mistero si fa prosaica ammissione di meschinità. Quell’istante in cui la guerra rivela la sua natura: non risolutrice, non esistenziale. Ma incendiaria. Distruttrice di macerie preesistenti. Canto del cigno di ogni principio umano: «Dopo i campi di sterminio e Hiroshima, un’altra guerra esplodeva in Corea, ancora stermini si compivano. E Picasso, nel tratto e nella monocromia di Guernica, nella memoria de I disastri della guerra di Goya, dipingeva i grandi cartoni del Massacro in Corea e de La guerra e la pace. E dopo fu il Vietnam, la Bosnia, l’Iraq, la Serbia, la Palestina, l’Afghanistan…».
Ma forse è questa la sorte a cui il mondo non può sottrarsi. Quella di condividere la propria traiettoria con il tiranno di turno. Specchiarsi nella sua arroganza e nelle sue mire personalistiche. Precipitare sul fondo come folgore. Fino a che l’apnea non diventa insostenibile. Come il bagliore di un ordigno che oscura quello dell’alba: «Ma bisognerebbe ricordare che il tiranno è un uomo senza speranza, che se qualcuno dall’esterno lo colpisce, il tiranno si rafforza. Che, nella sua nera disperazione, nel buio della sua mente, il tiranno vuole soltanto che insieme a lui finisca, si dissolva il mondo intero».
(In copertina: Francisco Goya, “¡Bárbaros! “, 1810-1814)

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