«Bello è sentirsi freschi e giovani in un mattino di Sicilia, con le verdi campagne intorno e sotto il mare immenso e solitario, senza neanche una barchetta, e le selvagge rupi che vi piombano dentro a picchi, simili a giganteschi bastioni primordiali». Era poco più che quarantenne Dino Buzzati quando, da inviato del Corriere della Sera, descriveva l’atmosfera che si respirava sull’isola nel maggio del 1949 alla partenza del 32° Giro d’Italia. Era il tempo in cui gli scrittori e i più virtuosi fra i giornalisti raccontavano le manifestazioni sportive per farne epica e tessendo trame indimenticabili. Descrivendo biciclette, campioni, persone comuni e città, Buzzati osservava e fissava sui suoi taccuini un Paese che si risollevava, anche grazie allo sport più popolare e che si infiammava di fronte alla rivalità fra Fausto Coppi e Gino Bartali. L’eterna sfida fra due campioni così diversi ma ugualmente amati fu il filo conduttore del racconto quotidiano di Buzzati, poi raccolto nel libro “Dino Buzzati al Giro d’Italia” praticamente un romanzo che inizia già a bordo della nave “Saturnia” salpata da Genova alla volta di Palermo, dove partì la prima tappa del Giro. «Dovremmo ora rinunciare al paragone così istintivo coi Mille di Quarto?». Si chiede Buzzati nell’articolo “Scattano cento corridori sulla strada di Garibaldi”, giungendo alla conclusione che ciò non vada fatto «neanche per idea», echeggiando il ricordo del Leone di Caprera. «C’è forse una specie di strategia peninsulare che si rinnova come soluzione obbligata per chi si è messo in mente di conquistare l’Italia? E che non ammette scarti dal solco tradizionale neppure quando l’invasione si fa con le biciclette?»

SOGNI DI GLORIA. Durante la navigazione, Buzzati fantastica sul sonno dei ciclisti: «Dormono i campioni, assaporando la dolcezza di questa notte così agiata e signorile, cullati dalle cento voci della nave. Domani si incontrerà la Strada, la grande nemica lunga a perdifiato, fatta di sassi, o di polvere, o di fango, o di bitume, o di sconvolte buche: lo sterminato nastro che bisognerà inghiottire a poco a poco». La notte prima del via ufficiale l’attesa cresce, come il ritmo dell’articolo-racconto: «Pronte sono le biciclette lustrate come nobili cavalli alla vigilia del torneo. Il cartellino rosa è fissato al telaio coi sigilli. Il lubrificante le ha abbeverate al punto giusto. I sottili pneumatici lisci e tesi come serpenti. Pronti i soldati, i centodue corridori (eroi forse domani o sconfitti fantaccini in vergognosa fuga?)». 

LA PALERMO – CATANIA. All’alba del 21 maggio si parte: «Fuga. Lo scherzo cominciò subito alle porte di Palermo. C’era ancora la folla ai lati, urlante. Tra gli urli le centodue biciclette davano un mugolio compatto e metallico, e la gente sfiorata ne vibrava. Il sole ancora basso faceva deformi e lunghe le ombre dei corridori: ecco il profilo di Coppi, di Leoni, ecco il naso un po’ michelangiolesco di Bartali guizzare sulla bianca calcina dei muretti. Una giornata splendida pareva. Ma che fanno quelle tre nubi nere a forma di piva, sdraiate sopra Monte Pellegrino?». Il movimentato resoconto della prima tappa, la Palermo – Catania, è pieno di dettagli, sensazioni e rumori. E quel 21 maggio ci fu anche l’apoteosi del gregario, per di più un “enfant du pays”. A vincere dopo aver ripreso e superato tutti i fuggitivi fu Mario Fazio: «Trentenne di Catania residente a Brescia (classica faccia siciliana, moro, magro; le labbra rilevate)». La descrizione un po’ stereotipata di Buzzati, non lo è per nulla quando coglie un sentimento nascosto in uno sguardo. «Come entrò nello stadio diluviando su di lui l’urlo della folla, Fazio cercò con gli sguardi una cosa. C’era. Proprio all’altezza del traguardo, dietro la rete metallica, il volto della mamma».

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