Digitale e social network, i due colossi delle nostre giornate passate spesso schiavi della tecnologia, non sfiorano per nulla il fotografo professionista Rosario Patanè. Mi sono imbattuto nella sua storia per caso e subito mi ha entusiasmato.

Patanè, originario di Acireale, 38 anni, riceve la passione per la fotografia dal padre. Apre uno studio fotografico a Catania nel 2013, ma le cose non vanno bene, non riesce ad entrare nel giro dei fotografi da matrimonio, allora decide di chiudere lo studio e vendere in strada le sue foto di paesaggi, soprattutto quelle dell’Etna, alcune delle quali erano state pubblicate anche su National Geographic.

Il lavoro comincia a ingranare, ma la passione e la curiosità, l’amore e la voglia di fare grandi cose cresce sempre di più insieme ai risultati ottenuti e decide di addentrarsi definitivamente ed esclusivamente nel mondo della fotografia “analogica”, abbandona per sempre il digitale. Si torna nel 1930. Acquista la sua prima macchina fotografica di grande formato (di quelle con la coperta per intenderci) che è una Paris Opcisoera 9x12cm – una fotocamera a soffietto russa con la quale è possibile fare foto di 3 misure – e una piccola camera oscura mobile nella quale opera, attraverso un telo nero, inserendovi solo le braccia. Un’apparecchiatura affascinante, che incuriosisce. In tanti, infatti, si fermano, nelle piazze dove lui opera, per farsi scattare una bella foto in bianco e nero.

Patanè si autodefinisce un ritrattista itinerante. Lo scatto presentato è un esempio significativo delle foto che realizza nelle piazze della nostra isola. La caratteristica tecnica utilizzata è quella dell’effetto bokeh, quella tecnica fotografica che determina quali aree di uno scatto devono essere a fuoco e quali no. Più nello specifico, è quello stratagemma che permette di realizzare foto con lo sfondo sfocato mentre il soggetto principale è perfettamente a fuoco. Il ritrattista acese può così decidere dove deve concentrarsi l’attenzione dello spettatore. Nel caso specifico, sul soggetto, un anziano provato dalla vita ma ancora in lotta, senza farsi distrarre dall’immagine della chiesa sullo sfondo. Per questo mette a fuoco l’uomo con tutte le sue ombre in volto e sfoca il resto. L’immagine racconta la storia di quell’uomo e la modalità dello scatto incide profondamente su quella storia. Sottolinea certi aspetti e ne trascura altri.

«La bellezza delle foto che scatto – spiega Patanè – è data dal fatto che ognuna è un pezzo unico, ferma un momento irripetibile, non esiste il negativo, io lavoro con la fotografia positiva, direttamente in carta. Un’immagine che ha un valore artistico e che sfida i secoli. Le foto digitali, al contrario, sono stampate con inchiostri su carta politenata, cioè plastificata, e la plastica è un acido che si distrugge nel tempo. Una foto digitale dura poco più di vent’anni. Invece la carta di queste foto è in fibra di cotone con uno strato di barite, un collante, e questo supporto rende le immagini molto resistenti. Si stima che possano durare 500 anni. Non a caso queste carte sono nate nell’ottica dell’archiviazione». Il racconto del fotografo acese entusiasma.

«Come i primi fotografi del ‘900 – prosegue Patanè – ho scelto di girare per le piazze e di ritrarre le persone fuori dallo studio. Monto tutta l’attrezzatura nella piazza dei paesi in cui mi presento e la magia è presto compiuta. Io scatto la foto come si faceva una volta, con tempo di posa lungo, procedendo con reagenti. A scrivere l’immagine ci pensano la luce e le sostanze chimiche che la imprigionano direttamente sulla carta. Il risultato non è in alta risoluzione, ma certamente ha l’autenticità che nessuno smartphone è in grado di restituire». Tra le piazze che ha preferito in questi anni c’è stata quella di Piazza Umberto I a Zafferana Etnea, alle pendici dell’Etna, e la stessa Catania. Adesso si è stabilito a Palermo.

Rosario è convinto che la fotografia debba necessariamente tornare in strada per essere “condivisa”: per questo ha cancellato tutti i suoi profili social, lasciando in vita solamente dei siti. «Facebook, Instagram e Twitter non fanno altro – sostiene il ritrattista – che ridurre la fotografia a semplici e banali immagini digitali oltre che a spingere la gente a “isolarsi” davanti a un monitor o uno schermino, piuttosto che intraprendere dei rapporti comunicativi reali. Oggi produciamo milioni di immagini che dopo un istante non valgono più e questo è ciò di cui non si accorgono le nuove generazioni di fotografi. La fotografia è viva più che mai e viene certamente apprezzata, ma bisogna cercarla fuori da un Pc o da uno smartphone. Io, incontrando la gente e facendo ritratti per strada, vivo la fotografia come amore, passione e missione».

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