«La fotografia, per me, è un pretesto per conoscere la mia e le altre culture e più in generale per conoscere la vita nella sua complessità. Perché noi siamo tutto, la vita e la morte, siamo il forte e il dolce, la tranquillità e la passione; tutto: non siamo soltanto morte, né solo poesia. Siamo tutto». A parlare così è la più importante fotografa messicana, ancora vivente, Graciela Iturbide. Maggiore di tredici figli, nata a Città del Messico nel 1942, ha avuto un padre fortemente appassionato di fotografia, tanto da ricevere la sua prima macchina fotografica all’età di 11 anni. L’amore del proprio genitore per gli scatti si manifestava attraverso la raccolta di tutte le fotografie in una scatola. Iturbide in seguito ha dichiarato: « È stato un piacere aprire quel contenitore dopo che mio padre è morto e guardare tutte quelle foto, è stata una grande scoperta».

LA VOCAZIONE. Graciela, dopo essersi sposata a 20 anni, nel 1962, ha avuto tre figli nei successivi otto anni: i figli Manuel e Mauricio e una figlia, Claudia, morta all’età di sei anni nel 1970. Proprio in quell’anno, dopo aver studiato presso il Centro Universitario di cinematografia di Città del Messico con l’intenzione di diventare una regista, Iturbide scelse di passare alla professione di fotografa. Nel 1971 le fu conferito un importante premio e una borsa di studio al Guggenheim College di New York.

Nel 1978, Iturbide fu incaricata dall’archivio etnografico del National Indigenous Institute of Mexico di lavorare ad una serie di scatti sugli indigeni messicani, un gruppo di pescatori che vivevano nel deserto di Sonora lungo il confine tra Arizona e Messico. È in questa occasione che scoprì pienamente la propria vocazione. Di lei fu detto: «Dentro un corpo esile e discreto, gli occhi scuri di Graciela Iturbide sono come due perle luminose che guardano il mondo con movimenti leggeri, spostandosi su persone e cose con una dolcezza e una disponibilità che incanta». Questa descrizione ci restituisce l’immagine di una fotografa che, prima ancora di stare attenta alla foto da realizzare, prestava attenzione alla persona che si trovava davanti, a ciò che viveva, in che cultura era immersa. Nel 1979, il pittore Francisco Toledo chiese a Iturbide di fotografare il popolo juchitano, un’etnia facente parte della cultura zapoteca originaria della città messicana di Oaxaca. La loro organizzazione è tradizionalmente basata su un modello matriarcale in cui le donne sono economicamente, politicamente e sessualmente indipendenti. Le donne gestiscono il mercato e agli uomini non è permesso entrare, ad eccezione degli uomini gay, che chiamano “mux” in lingua zapoteca. Questa esperienza, durata 10 anni, ha modellato le opinioni sulla vita e il ruolo della donna in modo dirompente. 

LA MAGIA DEL QUOTIDIANO. Iturbide fotografa la vita di tutti i giorni, quasi interamente in bianco e nero, seguendo la sua curiosità e scattando  quando vede ciò che le piace. I suoi autoritratti giocano con l’innovazione e l’attenzione ai dettagli. Iturbide evita le etichette e si definisce complice dei suoi soggetti.  Con il suo modo di relazionarsi con coloro che sta fotografando si dice che permetta ai suoi soggetti di prendere vita, producendo ritratti poetici.

La foto presentata è di una grande tenerezza e, come dichiara la stessa Graciela,  «consente di entrare in un mondo intimo in cui l’essenza stessa dell’anima di una persona ha una risonanza sorprendente e tattile». La giovane mamma si concede un meritato riposo dopo aver allattato al seno sua figlia, che a sua volta ha preso sonno. Carica di mistero e di un forte realismo, Graciela è capace di cogliere nel rituale dei gesti quotidiani la dimensione poetica e simbolica dell’umano. L’immagine ti entra dentro senza che ce ne si accorga, come quando ci si ritrova sorpresi dopo aver visto qualcosa che tocca le corde della commozione.

La foto nel suo formato originale

PRENDERSI DEL TEMPO. Tra i tanti che hanno influenzato Graciela nel suo percorso fotografico – oltre a Henri Cartier-Bresson che incontrò durante un viaggio in Europa – c’è stato il suo collega e connazionale Alvarez Bravo. La stessa Iturbide, in una intervista, di lui ha dichiarato: «Quando io lavoravo con Alvarez Bravo, non scattavo mai foto, era uno stare a guardare come lavorava, ma anche un avere rispetto per il maestro, vedere come posizionava la sua macchina fotografica in un paesaggio che gli piaceva, e come aspettava che qualcosa accadesse o che qualcuno passasse. Mi piaceva molto vedere come lavorava, il suo tempo così poetico e così messicano. Il suo lavoro è proprio universale, ma al tempo stesso mi piace perché è molto messicano. Alvarez ha nel suo laboratorio un cartello che dice “C’è tempo.. c’è tempo”. Ciò m’impressionò molto perché lui non aveva fretta di andare al campo, metteva la sua macchina e aspettava».

IMPARARE A VEDERE. «Ho sempre detto – aggiunge in un’altra intervista – che la mia macchina fotografica è un pretesto per conoscere la cultura, le persone e il modo di vivere. Le mie immagini  non sono politiche o femministe, ma lo sono quando ho bisogno di esserlo. È molto importante la tecnica, ma è più importante quel che c’è dietro la macchina: l’occhio. E cosa c’è nella persona che sta scattando la fotografia: che tipo di cultura ha, che tipo di emozione, che riferimenti ha nel mondo. Tutto è importante. In ogni caso puoi vedere una cattiva tecnica in una buona fotografia, che tuttavia sa emozionarti; e puoi vedere una fotografia tecnicamente perfetta che non dice nulla. Se una fotografia che ti emoziona può essere ben esposta è meglio, però c’è gente che espone bene, fa tutto correttamente, ma deve ancora imparare a vedere”.

La fotografia è per Graciela un modo per capire la realtà, quasi un pretesto per conoscere il mondo. «È un’interpretazione ma la fotografia non è oggettiva, anzi è molto soggettiva. Per questo pur con delle influenze, se uno è maturo e formato, deve avere la propria interpretazione del mondo». Con la sua attenzione alla vita quotidiana, alla morte e all’influenza delle donne, Iturbide ha conquistato seguaci descrivendo in modo importante identità, rituali, feste e sessualità. Ha anche catturato le differenze tra vita urbana e rurale e vita indigena e moderna in modo unico. E’ stata molto premiata  e ancora oggi le sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti di molti importanti musei di tutto il mondo.

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