L’archeologo, docente di antropologia a Stanford, si trova nel capoluogo etneo per scrivere un volume sui 25 anni di scavi a Çatalhöyük in Turchia. Lo abbiamo incontrato per mostrargli le bellezze e i sapori della nostra città

Il sole è alto alle 11.30 su piazza Duomo. I turisti rincorrono l’ombra, mentre i catanesi attraversano la strada senza alzare lo sguardo sui gioielli che li circondano. L’appuntamento è davanti alla cattedrale, il cappello di paglia di Ian Hodder è inconfondibile in mezzo alla gente, è diverso da quello di Indiana Jones che indossa nelle foto su Google, ma l’effetto è lo stesso. L’archeologo e insegnante di antropologia a Stanford si trova in questi giorni nella città etnea per scrivere presso la Scuola Superiore di Catania, insieme al suo team, il libro sui 25 anni di scavi da lui diretti nel sito patrimonio dell’UNESCO di Çatalhöyük, insediamento urbano risalente a 9.000 anni fa. L’ho incontrato per mostrargli le bellezze e i sapori della nostra città.

«Bellini? In Inghilterra non è molto famoso. Nonostante ami l’opera non ne ho mai ascoltata una delle sue»

La cattedrale svetta sulla piazza e sulle antiche terme romane, il professor Hodder si guarda intorno cercando di poter apprendere il più possibile della nostra storia. All’interno del Duomo la cosa che lo incuriosisce è il corpo del Cardinal Dusmet, le ossa nere del cranio sono nascoste sotto una maschera di ferro, mentre le mani in bella vista sono venerate come reliquie. Anche la cameretta che cela la Santa lo colpisce, come la sua corona appartenuta a Riccardo cuore di Leone. Di fronte alla tomba di Bellini, l’archeologo confessa: «In Inghilterra non è molto famoso, nonostante ami l’opera, non ne ho mai ascoltata una sua». Mentre chiacchieriamo rivela di non aver ancora mangiato la Norma, una questione che va risolta al più presto.

Tornati in piazza ci immergiamo nei colori e nei suoni della pescheria, la prima tappa dovuta è il chiosco, il professore assaggia il seltz al limone e lo beve con gusto. La cosa che lo stupisce di più sono le telline, non capisce proprio come facciamo a mangiarle, alla risposta «sono simili alle vongole» ribatte: «Ma sono troppo piccole!». Mentre camminiamo tra le bancarelle della fiera si ferma ad osservare un edificio: «Questa città mi ricorda molto Genova – racconta –, l’ho visitata qualche anno fa e sembra un gioiello nascosto, davvero bellissima. C’erano pochi turisti e mi sentivo come se stessi scoprendo qualcosa che non era ancora stato rivelato. Ho provato la stessa sensazione qui, perché è davvero una città bellissima con una storia meravigliosa. Le strade, i mercati sono incantevoli». Le terme dell’indirizzo, sono chiuse, ci limitiamo ad osservarle dall’esterno mentre il rammarico che beni così preziosi purtroppo non siano sempre fruibili è tanto.

«Una cosa che crea meraviglia è la capacità di ripresa, di andare avanti, dei cittadini di Catania che si è verificata in due modi: la resilienza storica e la capacità di rialzarsi dopo che l’Etna ha distrutto la città»

Un edificio disabitato e in pessimo stato coglie la sua attenzione: «In Inghilterra una cosa del genere non sarebbe possibile, nessuno accetterebbe che venga tenuto in piedi un edificio del genere. Non mi dispiace, non lo trovo brutto, è parte del vostro modo di essere, della vostra cultura, che è molto diversa dalla mia». Riflettiamo allora sull’accettazione, sul modo in cui noi siciliani ci siamo sempre abituati e immersi insieme alle altre culture per creane una inimitabile: «Una cosa che crea meraviglia – sostiene il professor Hodder – è la capacità di ripresa, di andare avanti, dei cittadini di Catania che si è verificata in due modi: il primo è quello di lunga durata, la resilienza storica, essere stati invasi ed entrati in contatto con diverse culture, dai greci a romani, arabi, bizantini, normanni e tanti altri. Questo ha creato un’eccezione nel modo di vivere il cambiamento, di accettarlo, che ha reso le persone tolleranti e predisposte all’apertura. A questo si aggiunge il vulcano Etna che con la sua lava ha distrutto la città, ma c’è stata la capacità di rialzarsi e andare avanti».

Lasciato il mercato il passaggio obbligato è quello al teatro greco-romano: «Buongiorno, il mio ospite è un archeologo, si paga un biglietto?» «Se ha un documento che ne attesta la professione nessun problema» Il professore non ha alcun documento, l’unica cosa che possediamo è una copia de “La Sicilia”, sulla quale campeggia una sua foto e una intervista. «Mi dispiace quello non è un documento» l’archeologo non vuole insistere, così paga felice il suo biglietto. Diamo uno sguardo veloce, la fame si fa sentire e di antiche pietre il professor Hodder se ne intende, mi chiede della lava e di come questa città sia stata distrutta e costruita con essa.

«Mi colpisce molto come le donne siciliane vogliano mostrare la loro femminilità»

Attraversiamo di nuovo la strada per tornare in pescheria dove ci aspetta una mangiata di pesce, d’obbligo a Catania come nel resto della Sicilia. Mi racconta che uno dei suoi film preferiti è Kaos dei fratelli Taviani, quel film tratto dalle novelle di Pirandello che vede Franco e Ciccio per l’ultima volta insieme sul grande schermo. Gli racconto il perché del nome, Kaos: «Io sono figlio del Caos – scriveva il premio Nobel – perché sono nato in una nostra campagna che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos».

Appena ci sediamo al ristorante alla domanda cosa desidera esclama subito: «Telline!» il cameriere si scusa, non sono in menù, così ordiniamo il solito antipasto misto infinito e un piatto di pasta alla Norma, avevo detto che avremmo rimediato. Così tra tanto cibo, mi chiede di raccontagli della storia di Agata, sorride quando gli spiego che qui a Catania abbiamo un dolce chiamato “minne di Sant’Agata” e che secondo tradizione deve essere mangiato in coppia. Parliamo delle donne siciliane e mi confessa: «Ho notato che qui sono tutte truccate, vogliono dimostrare la loro femminilità. In California ormai sono tutte femministe e per dimostrarlo non lo fanno mai, sostengono che gli uomini e le donne devo avere pari diritti e per questo non gli piace mostrare il loro essere donne».

«Avevo girato per Catania prima, ma non avevo avuto modo di comprenderla. Penso sia straordinaria e mi interessa molto capire come la storia abbia creato questo modo particolare di cogliere la vita e il mondo»

Ad un certo punto il professore tira fuori il suo telefono. Non è uno smartphone: «Non mi piace la tecnologia, è utile ma fino ad un certo punto. Ho tanti allievi geniali, ma che hanno un distacco dalla vita non digitale, non mi piace». Continuiamo a chiacchierare mentre la Norma fumante fa capolino sulla tavola, mi chiede dalla Mafia, scherziamo su “Il Padrino”, scopre così che Corleone è un paese. Per concludere la giornata ordiniamo le “minne”, sono troppo dolci. Forse sono l’unica cosa della Sicilia che non gli piace. Prima di lasciarci mi confessa: «Avevo girato per Catania, ma non avevo avuto modo di comprenderla. Penso sia straordinaria e ne sono molto affascinato. Qui la storia ha creato un modo particolare di cogliere la vita, è questo che voglio capire e scoprire meglio».

 

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