Il coraggio dei giovani italiani sul Titanic

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“Un sogno sull’oceano” (edizioni San Paolo, 2019) racconta «l’intraprendenza di questi diciassettenni di un secolo fa», come sottolinea lo psicanalista ligure. Un libro rivolto ai giovani di oggi, che con i loro coetanei di allora molto hanno in comune

«Ci ho pensato tanto, non riuscivo a farmene una ragione, ma ora ho capito. Noi non siamo passeggeri e nemmeno dipendenti della Linea, noi non siamo niente. Anzi, peggio, noi siamo italiani, siamo francesi, siamo svizzeri, siamo spagnoli. Che vuol dire essere niente. Non esistere. Almeno nella considerazione di questa gente che pure abbiamo servito e riverito finora. Ci hanno detto di aspettare qui, di avere pazienza. Ci hanno detto che gli altri hanno la precedenza alle scialuppe, che noi veniamo dopo, ma può esistere un dopo per chi conta meno di niente?».

C’è stato un tempo in cui a “venire dopo” eravamo noi. Emigranti coraggiosi, partiti in giovanissima età con una valigia di cartone da ogni angolo dello stivale alla ricerca di un futuro migliore. Ce lo ricorda Luigi Ballerini nel suo ultimo romanzo “Un sogno sull’oceano” (edizioni San Paolo, 2019), in cui racconta la storia del manager Luigi Gatti e della sua brigata di cuochi e camerieri italiani naufragati sul Titanic nel lontano 1912. Quella narrata è una vicenda poco nota all’interno di una tragedia che ha da sempre affascinato storici, scrittori, cineasti. Ballerini vi ha incastonato una plausibile e tenera storia d’amore tra il giovane cameriere Italo e la bambinaia inglese Alice, entrambi impegnati a vivere il loro “sogno sull’oceano”.

Luigi Gatti

LA DETERMINAZIONE DEI GIOVANI. «Uno dei motivi che mi ha spinto a raccontare questa storia – spiega l’autore – è stato constatare l’intraprendenza di questi diciassettenni italiani di un secolo fa. Oggi li vediamo in una vecchia foto ingiallita e li immaginiamo immobili nei loro vestiti, ma in realtà la loro determinazione era davvero incredibile. A molti era bastato un semplice passaparola: si era sparsa la voce che a Londra stessero cercando dei camerieri per un lavoro su un transatlantico in costruzione e tanto bastò loro per partire all’avventura». In questo senso, appare quasi impossibile non paragonare l’emigrazione del 1912 – ancora ancorata alla Belle Époque ottocentesca, al sogno dell’America, del progresso scientifico e del lavoro come riscatto sociale – con quella odierna, che vede i nostri giovani partire su un volo a basso costo alla ricerca delle certezze perdute e vissute dai nostri padri.
«Vorrei che questo libro venisse letto soprattutto dai ragazzi di oggi affinché possano rivedersi nei loro coetanei di un secolo fa. Persone straordinarie che già all’epoca avevano la determinazione di imparare più lingue e mettersi in discussione». Guai però a pensare il romanzo come una sorta di monito verso una generazione “sdraiata”. «Il mio non vuole assolutamente essere un giudizio di questo tipo», ci tiene a precisare lo scrittore, che non cela mai il suo ottimismo verso le nuove generazioni, con cui si confronta ogni giorno nel suo lavoro da psicanalista.

Il ristorante gestito da Luigi Gatti

UN FASCINO IMMUTATO. Come mai l’affondamento del Titanic ha questo fascino immutato ancora oggi? E perché, a differenza di altri disastri navali, è rimasto così impresso nella memoria collettiva? Il punto è che questo naufragio non ha riguardato solamente una nave, bensì un’intera epoca. È stato, in un certo senso, il preludio a quel “Secolo Breve” che ha sconvolto per sempre le certezze costruite fino ad allora. «Pensare che a bordo si trovassero tanto figure come Astor e Gugghenim quanto gli emigranti di terza classe – spiega ancora Ballerini – ci dà la misura di come fosse organizzata la società. Un biglietto in una suite di prima classe costava l’equivalente di 89.000 euro odierni, eppure c’era stato bisogno di pensare anche a un ristorante, a pagamento, ancora più esclusivo, il Ritz». Tutte queste divisioni sociali, tuttavia, furono annullate nel giro di poche ore, dopo l’impatto con l’iceberg. «Sebbene i passeggeri di prima classe ebbero più chance di salvarsi, la tragedia pose tutti sullo stesso piano, costringendo a delle scelte. Come quella di Luigi Gatti, che per qualche motivo decise di non lasciare la nave, facendo la fine dei suoi collaboratori. Il fatto è che, alla fine, l’uomo che sei, ciò per cui vivi, viene fuori nel momento più urgente». E questo, in un momento in cui assistiamo al “primato delle emozioni”, con la paura a dettare il nostro stato d’animo, non può che farci riflettere. Sarà davvero il caso di abbandonare la nave?

La brigata di giovani italiani
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