«Nel diciannovesimo secolo, l’ondata migratoria verso gli Stati Uniti provocò un panico nazionale e spinse gli Americani a discriminare gli immigrati europei: alcuni erano ritenuti “più bianchi” mentre altri furono classificati come troppo simili ai neri per essere socialmente accettabili. Così il pregiudizio razziale nei confronti degli Italiani del Sud trovò terreno fertile negli Stati Uniti».  Questo è il clima in cui, secondo un articolo di Brent Staples apparso alla fine dello scorso anno sulle pagine del New York Times, si trovarono immersi al loro arrivo nella terra del “sogno americano” i nostri connazionali e che il 14 marzo 1891 culminò in un episodio di estrema violenza. A New Orleans, in Louisiana, undici italiani furono linciati in seguito all’omicidio di un commissario di polizia, crimine da cui erano stati assolti in tribunale ma di cui la folla li ritenne ugualmente colpevoli. Ripercorre quegli eventi può forse aiutarci a comprendere meglio l’attuale momento storico nel quale cui la questione razziale è tornata prepotentemente al centro del dibattito, anche in Italia.

GLI ITALOAMERICANI. «L’immigrazione italiana – come ricorda Staples – sembrava rappresentare la soluzione al problema della penuria di manodopera e alla ricerca di coloni che accettassero la sottomissione alla dominazione bianca imposta dalle nascenti leggi segregazioniste». Gli Stati Uniti, infatti, si erano da poco lasciati alle spalle la Guerra di Secessione e abolito la schiavitù. I neri degli stati del Sud, ora liberati, avevano lasciato dietro di sé un vuoto che almeno inizialmente gli italiani furono felici di colmare. L’idillio dei nuovi arrivati con lo stato della Louisiana durò poco.  Ben presto sopraggiunse lo scoramento per «le misere paghe e per le terribili condizioni di lavoro». Nonostante le difficoltà, gli immigrati italiani iniziarono a prosperare, dando vita alle proprie attività commerciali, e a fraternizzare con la popolazione afroamericana, come testimoniato dai primi matrimoni misti. Tutto ciò, rileva Staples, «contribuì al sedimentarsi della percezione dei siciliani, in modo particolare, come non del tutto “bianchi” e quindi suscettibili di quegli stessi atti persecutori – linciaggi compresi – di cui i neri erano ordinariamente vittime».

L’OPINIONE PUBBLICA. Nel raccontare questi episodi di violenza ai danni della popolazione nera, la stampa si faceva da tempo protagonista di una campagna di mistificazione volta a giustificarli, perpetuando stereotipi razziali. In questo, come nota Staples, i giornali degli stati del Nord furono colpevoli allo stesso modo di quelli del Sud. «Il Times fece costantemente uso di titoli come “Linciato un negro selvaggio”, insinuando la colpevolezza della vittima e indicandolo come “criminale per natura”». Un trattamento analogo fu riservato anche agli italiani. Un altro articolo del New York Times del 1880 caratterizzava infatti gli immigrati, italiani inclusi, come “anelli di una catena dell’evoluzione discendente”. Secondo il giornalista statunitense, questa campagna diffamatoria finì per attribuire agli immigrati di discendenza italiana una presupposta predisposizione al crimine, proprio come era accaduto agli afroamericani. Alla vittima di un altro linciaggio il Times si riferì come “Dago Joe” – laddove “Dago” è dispregiativo rivolto principalmente agli italiani – ed evidenziandone il sangue misto, si premurava di aggiungere come egli avesse ereditato «il peggio delle razze che lo costituiscono» e che fosse ritenuto «un assassino per natura».

IL MASSACRO. Questo il terreno su cui attecchì la furia cieca degli abitanti di New Orleans il 14 marzo del 1891. Nell’ottobre dell’anno precedente, il capo della polizia David Hennessy era stato assassinato da un gruppo di uomini armati e prima di morire aveva indicato i responsabili nei “Dago”, senza però fare nomi. Secondo alcuni resoconti, dai quarantacinque ai duecentocinquanta italiani furono arrestati nelle ore seguenti. Certo è che dei nove finiti a processo per l’omicidio, sei furono assolti mentre gli altri tre ottennero l’annullamento. Insoddisfatta per il verdetto, una folla si assunse la responsabilità di farsi giustizia da sé.  Pochi giorni dopo, «quando il sangue delle vittime di New Orleans era ancora fresco – racconta Staples – il Times titolava: “Il commissario Hennessy vendicato: undici dei suoi assassini italiani linciati dalla folla”».

LA NASCITA DEL COLUMBUS DAY. Se l’eccidio non passo inosservato fu anche grazie alla reazione del governo italiano Rudinì che richiamò il proprio ambasciatore, dando il via a un periodo di gelo diplomatico tra i due paesi. Il presidente americano Harrison il quale, come nota il giornalista statunitense, «avrebbe ignorato il massacro di New Orleans se ad esserne vittime fossero stati i neri» non potè fare altro che correre ai ripari, ottenendo il pagamento di un’indennità alle famiglie delle vittime come chiesto da Roma. La vicenda ebbe però un’altra, importante, conseguenza: ovvero la proclamazione, nel 1892, del Columbus Day da parte dello stesso Harrison.  «Questo evento – conclude Staples – aprì le porte affinché gli italoamericani trovassero il loro posto nel mito di fondazione degli Stati Uniti, riscrivendo la storia e individuando in Cristoforo Colombo “il primo immigrato”».

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