«Lu suli è già spuntatu di lu mari / e vui, bidduzza mia, durmiti ancora, / l’aceddi sunnu stanchi di cantari / e affriddateddi aspettunu ccà fora. / Supra ‘ssu balcuneddu su’ pusati / e aspettunu quann’è cca v’affacciati!». Quale siciliano, almeno una volta nella vita, non ha ascoltato o cantato questo iconico incipit con fare trasognante? E quante volte, d’altro canto, ci è capitato di constatare quanto i suoi versi fossero presenti alla memoria e alla sensibilità dei non isolani? E vui durmiti ancora, infatti, è uno di quegli inni capace di travalicare senza sforzo ogni confine, di abbattere di ogni muro, di addolcire con suadenza e purezza i cuori più lontani e diversi. Le voci più prestigiose – da Andrea Bocelli a Marcello Giordani – hanno messo i loro appassionati virtuosismi al servizio dell’inconfondibile melodia composta dal catanese Gaetano Emanuel Calì, eppure in pochi conoscono il nome di quello straordinario poeta (anch’egli originario di Catania) che lo ispirò a realizzare lo spartito in una sola notte. Si chiamava Giovanni Formisano, il poeta dell’anima le cui gesta sono state eternamente consegnate alla storia da un monumento commemorativo posto dalla sua città natale in Piazza Majorana. Di lui, simbolo di una poesia accorata e delicatamente passionale, rimane tuttavia ben più che la bellezza del suo capolavoro. Rimane la nobiltà dei sentimenti che seppe infondere nei suoi contemporanei. E la stima di alcuni tra i più grandi protagonisti della cultura novecentesca.

Tra questi, senza dubbio va annoverato Luigi Pirandello. L’incontro artistico tra i due avvenne nel 1922, quando, per conto del giornale Il Messaggero, l’autore girgentino era stato incaricato di presiedere un concorso nazionale per poesie in siciliano che sarebbero poi state musicate. Formisano ne inviò dieci: di queste, ben sette si classificarono al primo posto. Un risultato sbalorditivo, che lo stesso Pirandello, come riportato nel saggio Giovanni Formisano. Poeta e Commediografo curato da Marco Scalabrino, sentì l’esigenza di commentare: «Sette volte dunque emerge un nome: Giovanni Formisano; quando, messe da parte le buste col motto corrispondente alle canzoni prescelte, le abbiamo aperte, siamo rimasti meravigliati da quel ritorno dello stesso nome sette volte; meravigliati e lietissimi, poiché avevamo così la prova che il nostro concorso scopriva un vero poeta, appassionato, malinconico, amaro, un vero e schietto e personalissimo poeta che, essendo catanese, compensava la sua Città nativa della recente perdita fatta nella persona di Nino Martoglio». Le sue raccolte poetiche di prim’ordine, da Mennula Amara (1905) a Canti di terra bruciata (1927), passando per Vecchi cicatrici (1951), lo imposero poi all’attenzione delle massime cariche istituzionali del nostro Paese: Il Re Vittorio Emanuele III lo nominò commendatore per il valore delle sue opere benché non sempre condividesse quelle con maggiore carica eversiva; Sandro Pertini, Giuseppe Saragat e il ministro Paolo Borselli lo elogiarono pubblicamente. Ma anche il mondo dell’arte in lui vide immediatamente le stimmate del grande poeta: Turi Ferro, Tuccio Musumeci, Giovanni Baudo e il celebre tenore Beniamino Gigli furono suoi attivi sostenitori. Così come lo storico Santi Correnti, al quale si deve la tradizione di un aneddoto che consegnò Formisano alla leggenda. Durante una notte di scontri sul fronte italo-austriaco della prima guerra mondiale, un soldato catanese, “armato” di chitarra al chiaro di luna, intonò dalla propria trincea le note di E vui durmiti ancora. L’esecuzione fu tanto commovente da spingere i nemici ad applaudire e a porre momentaneamente fine alle ostilità. Il miracolo di una poesia votata alla pace, al favolistico incanto dell’amore, alla protezione disperata e ingenua dei propri affetti.

È il mondo struggente e spontaneo delle famiglie a fare capolino nella sue liriche, l’eterna e misteriosa dinamica dell’innamoramento, i tempi che cambiano la forma ma non l’autenticità del sentire. Formisano è stato, da questo punto di vista, un vero pioniere: le donne cantate nei suoi versi, come testimonia in maniera esemplare proprio E vui durmiti ancora, non sono un oggetto ma una necessità; padrone del loro destino, affascinanti e sfaccettate interpreti di grazia e determinazione. Si respira la Sicilia, insomma, fin nelle sue minute e incrollabili peculiarità. Nella stradine di paese affollate, nell’agrodolce e divertita condanna dei vizi e degli eccessi, nel sincero appello a quella tenerezza che, da essere umani, non ci è mai concesso perdere.

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