«Anche il Natale». Probabilmente è questa la frase scoraggiata che frulla in testa a gran parte di noi in questi giorni. Perché la sensazione che il Covid ci abbia portato via molto più di quanto gli fosse dovuto è estremamente diffusa: la vedi lampeggiare per strada più delle lucine affisse sulle insegne dei negozi; la senti intonare la sua triste melodia più delle canzoni da ascoltare davanti al camino; appesantisce i nostri sorrisi come se le festività ci avessero già abbandonato. Pochi avvenimenti destabilizzano gli uomini come la perdita delle consuetudini: ti senti come se il mondo che hai sempre conosciuto ti avesse lasciato soltanto delle macerie da calpestare, le ombre sbiadite e irriconoscibili di un ricordo senza vita. Il 2020, in fondo, è stato questo: un costante, necessario riadattarsi alle frenesie dell’incertezza. Che non ha risparmiato, e non risparmia tuttora, nemmeno il nostro bisogno di riti secolari da omaggiare, di gesti e parole che si rifiutino di variare, che restino solidi come una roccia. Un augurio sano ed importante. Irrealizzabile, tuttavia. Eppure, questo non è certo il primo Natale della storia ad essere stato stravolto. Lo sa bene Pirandello, testimone di alcuni dei fatti più incresciosi e decisivi del ‘900: le pagine di alcune sue novelle ci guidano attraverso un percorso accidentato. Che alla fine, però, insegnerà come non smarrirci nel nostro inseguimento alla speranza.

Sono cinque le novelle che lo scrittore di Girgenti ha dedicato (o quantomeno ambientato) al periodo natalizio. Raccolte nel 2016 dalla casa editrice Edizioni Dehoniane, sono oggi disponibili nel volume intitolato La messa di quest’anno e altre novelle di Natale. Una collezione che, fin da subito, si mostra trasudante dello stile pirandelliano: caricaturale in superficie, a tratti grottesco e alienante, portatore in realtà di messaggi malinconicamente e lucidamente profondi. Ed è significativo che tutte le narrazioni prendano le mosse in un periodo, quello della Prima guerra mondiale, che a tratti ricorda sinistramente il nostro fragile presente. Veniamo, dunque, subito investiti da un misto di amarezza e perplessità quando leggiamo nel racconto che dà all’opera la prima parte del suo titolo che le classiche decorazioni del periodo sono state sostituite da arredi tipicamente carnevaleschi. Restiamo sospesi tra l’ansia e la meraviglia quando, in Il sogno di Natale, assistiamo al dialogo tra il protagonista e Gesù, in procinto di tornare su una Terra martoriata dalle sue debolezze. Osserviamo atterriti, ancora, l’inconsueto presepe che ci viene presentato in Un goj, all’interno del quale i pastori sono stati scalzati da alcune statue di soldatini, che con i loro fucili mirano all’iconica grotta di Betlemme. C’è tutta la straziante miseria della guerra, l’attesa spasmodica e mistica di un segno che desti dal torpore, la tentazione di dare una macchia di colore ad una realtà a cui si addice solo il grigio del piombo, della noia, della solitudine. Non è questo, forse, il vero segreto del Natale? Non è forse il suo incessante farsi presente alla nostra attenzione, nonostante l’avversità delle circostanze, a renderlo così significativo? Natale, d’altronde, non significa perfezione. Non lo ha mai significato. È, piuttosto, un’educazione alla rinuncia, la ragione per convivere con l’idea di sacrificio. Perché quest’anno dovrebbe essere diverso? La lezione di Pirandello ci mostra che le decorazioni non sono una polverosa tradizione da mantenere, ma un riflesso del nostro animo; che anche se la guerra, il caos e la tristezza infuriano all’esterno, la grotta rimane in piedi a protezione degli spari; che la morte è solo un momento che prelude ad un’esplosione di vita più ricca, più nuova.

Sarà un Natale privo di molti riti: il cenone allargato, le tombole di famiglia fino a tarda notte, le visite ai nonni, i canti che faranno fatica ad oltrepassare la barriera della mascherina. Ma forse, chissà, sarà un Natale più autentico del solito: è quando sentiamo la mancanza di qualcosa che ci rendiamo conto di cosa siamo disposti a farla pur di riconquistarla. Il Natale di quest’anno dovrà giocoforza andare oltre la rassicurante presenza del rito. Ci interrogherà nel profondo, ci dirà chi siamo. Se abbiamo capito che non è nella forma che va trovata la pace che cerchiamo. Ma nella consapevolezza che non c’è distanza tale da distruggere il sogno di riavvicinarci.

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