La parabola esistenziale dei figli d’arte oscilla incessantemente tra luce e ombra. Tra il partecipare indirettamente e inconsciamente al bagliore dell’astro paterno e il tentativo di diradare le tenebre dell’anonimato e dell’inadeguatezza. Si muove lungo il corso di un affetto costantemente minacciato dal germe della rivalità, sull’itinerario di una frustrazione da contenere a tramutare in spinta all’emancipazione. E anche quando il rifiuto di quella ingombrante eredità si fa pressante e definitivo, le stimmate della sua presenza genetica si manifestano e riaffiorano con imponderabile prepotenza. Ma è proprio da questa scontrosa armonia di intenti, da questo ruvido e poetico abbraccio che l’originalità dell’ingegno trae la sua forza propulsiva. È da questo sforzo titanico di allontanamento e riappropriazione che può erompere in tutta la sua grandezza. E poco importa che la storia, talvolta, dimentichi progressivamente di celebrarla con la giusta enfasi. Almeno fino a quando le opere potranno continuare a parlare per colui che le ha prodotte. È il caso di Fausto Pirandello, grande pittore del Novecento ultimo genito dell’unione matrimoniale tra Luigi e Maria Antonietta Portulano e fratello minore di Stefano, anch’egli celebre drammaturgo. Il suo carattere schivo e introverso, nonché il rapporto singolare e suo malgrado sofferto con la figura paterna, lo relegarono spesso, e ingiustamente, ad un ruolo di secondo piano nella valutazione critica di una famiglia interamente devota all’arte in tutte le sue declinazioni (furono diverse le generazioni dei Pirandello a praticare la pittura, compreso Luigi). Pochi sanno, tuttavia, che nelle tele di Fausto si respira una strabiliante sensibilità per il moderno, a cui molti straordinari interpreti successivi come Lucian Freud guardarono attentamente. E che, perdendosi nel suo peculiare labirinto di pennellate, una personalissima traduzione visiva dell’opera paterna si staglia alla fine dell’avventuroso cammino.

Perché l’arte e i sentimenti hanno in comune l’essere frequentemente paradossali. Il desiderio di fuga dall’emulazione, il ritrarsi dinanzi ad un padre affettuoso e sempre pronto a supportare la creatività del figlio ma assente per lunghi periodi a causa dei crescenti impegni istituzionali che la sua notorietà gli procurava, finirono per condurlo su quella soglia da cui era presto partito per dare alle cose del mondo un personalissimo nome. Già a soli 20 anni Fausto giunse a Roma intrattenendo rapporti con Giuseppe Capradossi e aprendo il suo primo studio di pittura. Ma fu a Parigi, dal 1927, anno in cui decise di fare della Ville Lumière la propria casa insieme con la moglie Pompilia, che la sua arte prese definitivamente forma. Al punto da diventare qualcosa di totalizzante: per intere giornate il più giovane dei Pirandello si dilettava ad esplorare voracemente le numerosissime gallerie della capitale francese. I suoi si riempirono delle opere di Cézanne e dei cubisti, mentre cresceva, al contempo, l’amicizia con Giorgio De Chirico. Un turbine di suggestioni che lo condusse ad elaborare uno stile così intimo da rendere complessa qualsiasi etichettatura. Mentre alcuni lo definirono un espressionista, altri ne misero in risalto la capacità di dare voce ad un realismo poetico e introspettivo. Altri ancora parlarono – non a sproposito – di neocubismo. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla definizione senza incaponirsi in una ricerca più profonda. Senza, ad esempio, vedere nella serie dei suoi Nudi la scomposizione di quei corpi fiaccati da un peso che li sottrae da ogni grazia. Senza scorgere nella pesantezza di quei soggetti così irriconoscibili da sembrare smaterializzati, nella pluralità dei punti di vista che si annullano e si sovrappongono a vicenda, il retaggio alla condanna del relativismo, di cui proprio il padre fu il grande cantore. «Una delle mie più grandi fatiche con la quale aggravio la mia vita – diceva il pittore – è quella di correre a mettermi da tutti o quasi i punti di vista attraverso i quali le cose di questo mondo possono essere guardate e da lì interpretate per come appaiono». Non sarebbe forse una definizione perfetta per riassumere la poetica del padre? Quale senso più profondo può essere dato all’agire umano se non quello di disinnescare la perversa trappola sociale delle maschere?

Nella differenza, la comunione. In quelle figure dai colori campestri, emaciate pur nell’eccessiva abbondanza delle loro pose, ci sono tutte le suggestioni rurali di una Sicilia calzante metafora della solitudine moderna. L’indecifrabilità e la fallacia dell’apparire, che promette di convertirsi in essere senza mantenere. Il pungolo insopprimibile dell’insoddisfazione. La drammaticità di un istinto vitale che si scontra con l’alienazione dalla realtà. L’immagine di una famiglia unica nel suo genere, che da più di un secolo marchia di eccentricità e raffinatezza il nostro vivere.

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