Il Pulitzer 2019 parla italiano: il delicato racconto della guerra dimenticata in Yemen

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Si chiama Luigi Tugnoli, originario della provincia di Ravenna, è un fotoreporter e giornalista per il “Washington Post” e i suoi scatti di una tragedia che da anni, in un silenzio quasi generale, funesta una parte del mondo apparentemente lontana hanno emozionato la giuria che assegna il prestigioso premio. Per la riservatezza e la sensibilità con cui la tragedia emerge senza infierirvi

Un servizio fotografico in uno dei paesi dimenticati del mondo, lo Yemen. A questo è stato assegnato il premio Pulitzer 2019. A vincerlo è stato l’italiano Lorenzo Tugnoli, nato e cresciuto a Lugo, provincia di Ravenna. Fotoreporter e giornalista al Washington Post, Tugnoli ha coperto ampiamente il Medio Oriente per anni e nel 2014, in collaborazione con la scrittrice Francesca Recchia, ha pubblicato “Il piccolo libro di Kabul”, un ritratto della capitale dell’Afghanistan attraverso la vita quotidiana degli artisti della città. «I miei scatti – ha dichiarato il fotoreporter – documentano quello che sta accadendo in Yemen (carestia, denutrizione, carenza di medicine, rifugiati interni), sono contento di aver vinto il Pulitzer soprattutto perché sposta l’attenzione su una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, che ha già fatto oltre 50mila vittime e milioni di sfollati, ribadisce l’importanza di una informazione corretta, ed è uno stimolo a tutti media che non possono dimenticare lo Yemen».

Uno degli scatti del servizio ritrae un momento quotidiano in una strada evidentemente martoriata dalla guerra civile che attanaglia la nazione da 4 anni. La foto è stata realizzata dall’interno di un negozio che vende frutta. Davanti all’esercizio c’è un soldato con una pistola e alcuni uomini e donne che attraversano la strada. Il soggetto principale è una donna con una bambina che guarda il fotografo con occhi pieni di una grande domanda: “Quando finirà questo massacro?” La donna tiene in mano una busta, dove all’interno, con buona probabilità, ci sono medicine o qualcosa da far mangiare alla figlia.

«Quando attraverso un confine – ha dichiarato ancora Tugnoli – quando mi muovo nelle strade di una città sotto assedio, quando visito un campo profughi, quando racconto una storia in territori devastati dalla violenza, cerco sempre immagini che riescano a comunicare la tragedia senza fare scandalo. Cerco la poesia, un elemento di mistero, un dettaglio che rimandi ad altro, alla vita prima della guerra». E alla domanda al fotoreporter a proposito delle foto che non è riuscito a scattare pur volendo ha risposto così. «Sono tante le foto che non ho fatto perché avevo un fucile puntato addosso o perché non mi avevano autorizzato. A Hodeidah, quarta città dello Yemen, con una popolazione che si avvicina al mezzo milione di abitanti, dopo una settimana di trattative, siamo riusciti ad avere il lasciapassare dei ribelli, ma ad alcune condizioni: potevamo fermarci in città solo tre giorni e avevamo il divieto assoluto di fotografare installazioni militari. In una città assediata ci sono sacchi di sabbia ovunque, armi ovunque. Muoversi con delle limitazioni del genere, spesso seguiti da combattenti armati, è quindi una grande scommessa. Altre foto, invece, non le ho scattate benché fossi nelle condizioni di farlo perché non sarebbe servito a nulla».

La giuria del Premio Pulitzer ha così descritto la fotografia di Lorenzo Tugnoli: «Per un fantastico racconto fotografico della tragica carestia nello Yemen, mostrato attraverso immagini in cui bellezza e compostezza si intrecciano con la devastazione».

Dopo il diploma di maturità scientifica, Tugnoli, ha frequentato Fisica all’Università di Bologna. Nel 2001, durante il G8 di Genova sviluppa sempre di più la sua passione per la fotografia fino a decidere di intraprendere una strada non facile. Lascia l’Università e inizia a lavorare con fotografi italiani. Dopodiché parte per gli Stati Uniti per svolgere uno stage presso l’agenzia più importante al mondo, la Magnum Photos. Nel 2010 parte per Kabul, in Afghanistan, dove comincia a collaborare come reporter al The Washington Post per il quale realizza servizi di impatto sulle condizioni della popolazione e sulla brutalità della guerra, senza però farlo in maniera sfacciata, ma sempre con quella poesia che caratterizza i suoi reportage, una delicatezza unica per non infierire mai soprattutto verso un popolo già troppo massacrato dalla guerra. Nel 2017 Lorenzo Tugnoli viaggia anche in Siria, ad Aleppo e a Damasco, rischiando la propria vita per tentare sempre di documentare a suo modo una delle crisi umanitarie più devastanti dei nostri giorni. Ora vive a Beirut, in Libano.

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