Hester Prynne e Bridget Bishop. Due nomi che, forse, di primo acchito, non rivelano granché, ad un lettore medio, delle loro drammatiche vicende. Due nomi che, tuttavia, sono passati alla storia come vittime iconiche di una indicibile brutalità. Una, frutto della fantasia autoriale ottocentesca dell’americano Nathaniel Hawthorne, come protagonista del romanzo La lettera scarlatta, ambientato nella Boston di metà ‘600 e incentrato sulle peripezie di una donna condannata all’eterno ludibrio perché adultera; l’altra, invece, come prima martire del tristemente noto massacro di Salem, perpetrato sulla scia di una delirante caccia alle streghe. Donne assurte al rango di simbolo, di monumento alla memoria per tutte coloro che, nel tritacarne della storia, hanno finito persino per perdere il nome. Un dubbio, tuttavia, potrebbe assalire coloro che si imbattessero in questo genere di racconti: quale valore, nell’età contemporanea dominata dalla tecnica e dall’onnipresenza della scienza che ci ha permesso di domare la superstizione, possono comunicare oggi? E quale utilità può avere ripercorrere scandali così lontani nel tempo e nello spazio? Obiezioni comprensibili e fondate, se non fosse che, a un passo da noi, in Sicilia, si verificò qualcosa di tristemente analogo. Ai due nomi poc’anzi citati, infatti, andrebbe aggiunto quello dell’isolana Maria Luisa Mangano: prima sventurata di un’interminabile sfilza a finire i suoi giorni tra le grinfie della temutissima Inquisizione Siciliana.

Voluto da Ferdinando II il Cattolico, il Tribunale fu creato nel 1487 per perseguire principalmente i reati di eresia e stregoneria. Gestito da inquisitori giunti direttamente dalla Penisola Iberica, tuttavia, ben presto il suo potere andò ampliandosi, arrivando a comprendere competenze che riguardassero la condotta morale dei cittadini. Un vero inno all’intolleranza, insomma, attraverso il quale si punirono non solo i colpevoli accertati secondo le discutibili leggi dell’epoca, ma anche, e soprattutto, condotte sospette o poco ortodosse. In un simile contesto maturò la condanna dell’avolese Maria Luisa Mangano: accusata di adulterio, venne torturata nel tentativo di estorcerle una confessione. Il suo processo, se così può essere definita la sommaria sentenza che venne pronunciata, durò meno di un’ora. Di lei, e della sua innocenza, non rimane che un triste primato. Poco dopo, agli inizi del XVI secolo, toccò alla militellese Francesca Buccheri la Cirneca, arsa sul rogo perché vicina ad ambienti di orientamento giudaico. Prigione d’eccellenza fu, fino all’abolizione dell’Uffizio nel 1732, il palazzo Chiaramonte-Steri, all’interno del quale, tutt’oggi, i disperati graffiti dei carcerati rappresentano una delle più infamanti sconfitte della presuntuosa cultura occidentale. Famiglie spezzate, giochi di politica e di potere meschinamente condotti, gruppi religiosi estirpati o quasi: questo il triste lascito di una delle pagine più buie della storia isolana, dipanatasi, per di più, in anticipo rispetto ai maggiormente chiacchierati processi dell’America puritana.

Secondo le stime degli storici e le residue testimonianze dell’epoca – che potrebbero addirittura non restituire appieno la gravità del fenomeno a causa di una serie di incendi che ha distrutto gran parte delle fonti documentarie – la Sicilia fu la regione italiana con più donne condannate, ben 1500 circa. Fra queste, un terzo trovò la morte in seguito all’accusa di stregoneria. Un dato eloquente, che non solo getta nuova luce sull’imperante misoginia della storia moderna, ma anche sulla condotta dei governanti siciliani: il regno di Napoli, infatti, unito al nostro sotto la dominazione spagnola, si rifiutò di accogliere il sinistro Tribunale, scendendo con veemenza in piazza. Al termine dell’esperienza inquisitrice in Sicilia, benché Salem resti un punto di riferimento ineludibile per l’immaginario collettivo, il totale delle vittime fu tre volte superiore a quello registrato nella piccola comunità del Massachussets. Dimensioni e durata differenti, certo: ma ciò nulla toglie a questi numeri. Numeri che si sforzano di restituire consistenza, dignità, senso al ricordo di quelle morti immotivate. Specie a quelle delle donne, troppo pericolose perché desiderose di libertà e diritti. Numeri che si sforzano, appunto. Senza riuscirci del tutto.

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