«La cosa migliore da fare quando si è tristi” – replicò Merlino, cominciando a soffiare e sbuffare – è imparare qualcosa. È l’unica cosa che non fallisce mai. Puoi essere invecchiato, con il tuo corpo tremolante e indebolito, puoi passare notti insonni ad ascoltare la malattia che prende le tue vene, puoi perdere il tuo solo amore, puoi vedere il mondo attorno a te devastato da lunatici maligni, o sapere che il tuo onore è calpestato nelle fogne delle menti più vili. C’è solo una cosa che tu possa fare per questo: imparare. Impara perché il mondo si muove, e cosa lo muove. Questa è l’unica cosa di cui la mente non si stancherà mai, non si alienerà mai, non ne sarà mai torturata, né spaventata o intimidita, né sognerà mai di pentirsene. Imparare è l’unica cosa per te. Guarda quante cose ci sono da imparare».

(T. H. White)

Sono le parole di un mago, ma non è una formula magica! Eppure c’è qualcosa di magico nell’imparare, nel sapere ogni volta qualcosa in più di prima, nel farlo proprio, nell’esprimerlo. La scuola da un lato lo ha reso spesso ostico, pesante, obbligatorio, tant’è vero che impariamo subito, meglio e maggiormente tutto il resto, persino cose più complesse; dall’altro lato è ogni giorno un laboratorio in cui sperimentare e sperimentarsi, scoprire il valore dell’antico e la profezia del nuovo, faticare per realizzare. Certo, l’ideale sarebbe trovare l’equilibrio in aula, quello che come in una pozione magica, messi gli ingredienti adatti nella giusta quantità, dà vita a qualcosa di straordinario, ad una creazione o ad una trasformazione. Spesso si dice che per cambiare la situazione “non c’è la bacchetta magica”, ed è vero se restiamo nel campo della fantasia; tuttavia ci sono storie e storie di chi ha fatto dei propri libri, quaderni, penne, matite, delle vere e proprie bacchette magiche con umiltà, con costanza, con impegno, sbagliando e rialzandosi, con un buon maestro. I cattivi maghi sono coloro che hanno cattivi maestri o scelgono di non volere imparare!

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