Zied ha 19 anni, una faccia simpatica e intelligente con un sorriso benevolo anche nei confronti di chi ritiene faccia fatica a stare al passo con i tempi. I genitori sono tunisini, lui è nato in Italia come i suoi due fratelli. Baldanzoso come il codino alla Gareth Bale che porta in testa è pronto a salpare per gli studi universitari in Irlanda o dovunque lo porti il vento del cambiamento. Lo stesso che ha sconvolto il suo paese d’origine. «Quando sono scoppiate le primavere arabe io ero piccolo, però ricordo che quando Ben Alì è fuggito le amiche di mia madre hanno brindato. In Tunisia i miei cugini mi mostrano le strade attraverso cui lo hanno visto scappare, raccontano degli episodi di insurrezione, degli spari, di mio zio nascosto dietro un portone. Tutti fatti drammatici di quei giorni di cui oggi si può ridere. Poi, però, le elezioni sono state vinte da un partito religioso e mio padre non era contento, “Non bisogna mischiare politica e religione” dicevo io. “Esatto” rispondeva lui. Oggi la gente non ce la fa a arrivare alla fine del mese».

Il ricordo di quelle insurrezioni, tuttavia, è pur sempre indiretto, perché il papà di Zied giunge in Italia nel 1982. Dopo avere girato per la Lombardia alternando lavori in agricoltura a quelli di operaio nell’edilizia, torna in patria per sposarsi ma, poi, insieme alla moglie, si stabilisce in Sicilia, a Comiso, dove nascono i figli. «Ma allora – chiedo – ti senti italiano o tunisino?» Mi risponde in maniera sorprendente: «Maneskin».

Le domande con cui tentiamo di comprendere il presente e le appartenenze in cui si riconoscono le generazioni che lo abitano rischiano di essere inadeguate se non fuorvianti. «La generazione Z, a cui appartengo, ha un’identità molto fluida. Siamo stati educati da film come Hunger Games e vogliamo liberarci dagli stereotipi di una società maschilista, patriarcale e misogina in cui se non sei etero-sessuale maschio sei discriminato. Noi stiamo ribaltando questo genere di società. La vittoria dei Maneskin a Sanremo e all’Eurovision Song Contest segna la vittoria della cultura Pop. Che non è solo uno stile musicale, ma di vita; in cui si abbattono le barriere, in cui i vestiti o le unghie colorate non determinano l’orientamento sessuale».

IL PESO DELLE RADICI. Fluido, dunque. Un aggettivo che, in effetti, ben si presta a descrivere i nuovi italiani. Ma che, inevitabilmente, traccia anche un solco rispetto al proprio passato e alle consuetudini con cui si è cresciuti. «Capisco il siciliano, ma non lo parlo benissimo. Conosco l’italiano meglio del tunisino. L’arabo, invece, zero. Anche mio padre parla bene l’italiano, e per questo fa da mediatore con la comunità tunisina islamica. Mia madre no. Le donne si isolano nella cerchia delle connazionali o delle parenti». Il suo cuore, infatti – ci confessa con una punta di sofferenza – è rimasto dall’altra parte del Mediterraneo: «Quando è il momento di tornare a casa in vacanza a lei non importa chi vuole seguirla e chi preferisce restare; lei va! Mio papà, specialmente dopo la morte dei nonni, non ha questa necessità assoluta. Anche se, dice, trascorreranno la vecchiaia in Tunisia». «Qual è, il tuo, di rapporto, con le radici in Tunisia?» domando allora. L’espressione del viso del mio interlocutore si fa perplessa. «L’ultima volta, l’estate prima del Covid, è stata una vacanza “rivelatrice”. Non mi sono più sentito a mio agio come in precedenza. Non dico che prima mi sentissi come uno che torna in “patria” dopo l’esilio, ma ero a mio agio. Quell’estate io ero cambiato».

TROPPO ITALIANO, POCO TUNISINO. Nel racconto di Zied, la parola “discriminazione” non compare mai riferita alla sua esperienza di figlio di immigrati. La percezione di un’identità diversa da quella degli altri bambini emerge, però, riferita al proprio nome. «Sognavo di chiamarmi “Biagio”» ammette ricordando la curiosità suscitata dal suo nome. Il colore della pelle, invece, non è mai stato un problema. «L’Africa del nord è l’Africa bianca. Ho una compagna di classe che ha la mia stessa carnagione, almeno d’inverno, d’estate divento probabilmente molto più nero» dice sorridendo con simpatica ironia. Sempre accolto dunque? «Non mi sono mai sentito escluso o, se è capitato, il ricordo è in una zona remota del mio inconscio. I miei compagni mi hanno sempre invitato a compleanni, feste, a trascorrere il pomeriggio a casa loro… mai nulla di fastidioso. Forse una compagna, alle scuole medie. Era nuova e aveva la stessa difficoltà ad inserirsi in una classe in cui tutti si conoscevano già. Non si trattava di bullismo, era più un fastidio. Lei sottolineava la diversità. “Come fate a stare con loro” diceva agli altri compagni». Ciò che sorprende, però, è che l’intolleranza, talvolta, è più forte nella terra di emigrazione: «A me che sono un tunisino che vive in Italia – confessa – è capitato più volte. Ad esempio, guardando la TV con i miei cugini. Io non parlo bene il tunisino e l’arabo come loro. A volte scoppiavano a ridere per qualche battuta. E io: “Mi spieghi?”. “No, dopo!” era la risposta consueta. Anche in Tunisia, del resto, esistono razzismo e discriminazione verso gli immigrati neri. Capisco che c’è gente che si sente minacciata da chi ha una cultura e una pelle diversa, ma per i loro figli non sarà così. Loro la vedranno come una cosa normale

«Cos’è per te, Zied, l’integrazione?» è la domanda finale che sento di dover fare. «Sentirsi parte di qualcosa e non diverso per la tua lingua, la tua religione o il colore della pelle. È agire con sensibilità e curiosità».

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