«È il dicembre del 2010: in una città tunisina un venditore ambulante si dà fuoco. Con un tamtam mediatico, nel 2011 le proteste contro dispotismo e corruzione divampano in altri paesi del Medio Oriente. Sono rivoluzioni gentili che sembrano promettere la democrazia. Oggi in Siria la guerra è perenne, in Libia la situazione non si è mai chiarita, l’Egitto ha solo cambiato dittatura, la Tunisia vive nel disagio sociale. Cosa rimane allora di quella esperienza?» A lanciare la provocazione è il giornalista Giuseppe Di Fazio (presidente del comitato scientifico della Fondazione DSe) che ha introdotto così Le primavere arabe dieci anni dopo, l’incontro tenutosi in seno alla terza edizione del workshop di giornalismo internazionale Il giornalismo che verrà promosso dal Sicilian Post, a cui hanno preso parte il reporter de “La Stampa” Domenico Quirico, la giornalista Rai Maria Pia Farinella e il direttore de “La Tarde”, Cope, Fernando De Haro.

UNO SGUARDO D’INSIEME. «I giovani – ha affermato Quirico – si sono ribellati non per democrazia ma per dignità, un concetto complesso nel mondo arabo. Ci voleva qualcuno che trasformasse quell’atto in progetto. A farlo sono stati gli islamisti che, pur senza partecipare a queste rivoluzioni, le hanno colonizzate con un progetto totalitario di jihad: creare lo stato di dio sulla terra». D’accordo Fernando De Haro, direttore de La Tarde: «Guerra in Siria, potere dei partiti islamisti e jihad del Daesh: sono tutte conseguenze delle primavere arabe, che non sono fallite ma rimaste incompiute». Meno pessimista il bilancio della giornalista Rai Maria Pia Farinella: «Che ci fosse vento di rivolta era chiaro da tempo. Mi recavo spesso in Tunisia e di anno in anno notavo crescere il malcontento per Ben Ali. Oggi possiamo dire che c’è più povertà ma anche qualche diritto in più: le donne possono divorziare ed ereditare al pari degli uomini». Ma basta forse questo a farci scrivere la parola democrazia?

«ESPORTARE DIRITTI, NON DEMOCRAZIA». Il rischio è sempre lo stesso: credere che quella occidentale sia l’unica lente da cui guardare il mondo. «Ci siamo convinti – ha ammonito De Haro – di poter esportare il nostro ideale universale di democrazia nel mondo arabo, senza considerare le differenze antropologiche». È questa, ancora oggi, la causa della nostra incomprensione. Ed è questa la ragione per cui dobbiamo essere cauti quando parliamo di diritti. Certe acquisizioni, per quanto importanti, che valore hanno se la vita è un’ipotesi? «Democrazia – ha precisato Quirico – è il buon governo: può prendere forme diverse dalla nostra purché riconosca l’obbligatorietà dei diritti e la separazione dei poteri». Il fardello dell’uomo bianco, quindi, diventa onesto in un caso: se riusciamo ad esportare dei diritti e se lottiamo affinché vengano riconosciuti. «Diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità: questi tre diritti – ha sentenziato Quirico – racchiudono il minimo indispensabile». Come ha sottolineato De Haro: «La democrazia, se ci sarà, sarà diversa dalla nostra e dipenderà dalla riflessione maturata intorno al valore della cittadinanza».

Un momento del panel. Da sinistra: Giuseppe Di Fazio, Fernando De Haro, Maria Pia Farinella, Domenico Quirico.

IL NAUFRAGIO DELLE SPERANZE: I MIGRANTI. La rievocazione di quegli eventi cela alcuni paradossi: mentre scrutiamo le conquiste libertarie dei popoli medio-orientali, stringiamo accordi con governi corrotti, muriamo donne, bambini e uomini dietro cortine di ferro e li osserviamo naufragare nelle nostre vite. Come ha evidenziato Quirico, l’ondata di quei moti di protesta cominciati con l’atto estremo di denuncia di Mohamed Bouazizi ha avuto un’altra conseguenza. «I migranti sono le primavere arabe. E solo quando sono arrivati sulle nostre coste sono diventati qualcosa di cui occuparci perché da cacciare». Secondo l’inviato piemontese, che conosce bene la disillusione che il luccichio del Mar Mediterraneo può offrire, l’errore più grande che facciamo riguardo la questione migratoria è soffermarci sull’empatia. «Abbiamo fatto un discorso di empatia a un mondo che non voleva commuoversi, invece avremmo dovuto fare un discorso di diritti. L’empatia è narcisistica: ci spinge a discriminare tra chi ci garba, tra chi ci serve, tra chi viene da un paese categorizzato dall’Onu e chi no. Il diritto invece ci insegna che la condizione umana è una: ogni essere umano ha la totalità dei diritti e quelli non riconosciuti vanno trasformati in legge. Come si rispecchia il nostro voler essere con il nostro essere?». La domanda, che interroga quel mondo a dieci anni dalle primavere arabe, continua ad interrogare anche noi.

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