La fragilità come responsabilità collettiva


Dalla frana di Niscemi agli effetti del ciclone Harry, l’emergenza recente in Sicilia riporta al centro il tema di come vengono raccontati i territori più esposti, tra gestione del rischio e scelte pubbliche. Cosa distingue un’emergenza affrontata come problema di tutti da una trattata come questione locale?

La vulnerabilità non è un peccato da punire, ma una responsabilità collettiva. Vale per i territori fragili, per chi li governa, per chi li racconta. E vale anche per il modo in cui un Paese decide di affrontare una tragedia. È da qui che bisogna partire per capire cosa sta succedendo in Sicilia dopo il passaggio del ciclone Harry. Non tanto chiedendosi se l’emergenza sia stata ignorata, quanto osservando come è stata trattata. Il caso di Niscemi è emblematico. Della frana si parla molto, ed è giusto così. Ha colpito un centro abitato e ha aperto interrogativi seri sulla sicurezza del territorio. Ma è importante evitare scorciatoie: Niscemi non è un errore, né un’anomalia urbanistica. È un luogo abitato fin dall’antichità, come gran parte della Sicilia. La sua vulnerabilità non nasce da una presenza indebita dell’uomo, ma dall’intreccio storico tra insediamenti, natura e tempo. Ridurla a una colpa significa spostare lo sguardo dal problema reale: come si governa una fragilità strutturale. Facciamo un paragone per chiarire il punto: nessuno si chiede perché Venezia esista proprio lì. Nessuno sostiene che stia sprofondando perché è stata costruita “nel posto sbagliato”. Al contrario, la sua vulnerabilità è stata riconosciuta come un dato strutturale da affrontare, ed è per questo che si è discusso, progettato e realizzato il MOSE. Non per ragioni estetiche, ma perché Venezia è considerata legittima. Degna di essere preservata. Niscemi non è Venezia. Non ha lo stesso capitale simbolico o immaginario. Ma il principio non dovrebbe cambiare: la vulnerabilità non mette in discussione il diritto di esistere di un luogo, semmai chiama in causa la responsabilità di proteggerlo.

Non è sempre stato così. Dopo il terremoto del Belice del 1968 l’Italia reagì sentendo quella tragedia come una ferita nazionale. In Piemonte, raccontano le cronache, famiglie impegnarono il proprio oro per aiutare una Sicilia lontana, ma sentita come parte di un destino comune

Lo stesso vale per i paesi che hanno un affaccio sulla costa ionica. A Santa Teresa di Riva – secondo quanto raccontato dal sindaco – esiste da anni un piano di difesa della costa, progettato e appaltato, oggi fermo per lungaggini burocratiche. Anche qui il ciclone ha colpito duramente. Non per incuria locale, ma perché una fragilità riconosciuta non è stata governata fino in fondo. Dentro questo quadro si inserisce anche la dimensione politica. In Sicilia, durante la visita nelle aree colpite, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scelto un registro istituzionale e distaccato, parlando di “piazzate” e invitando a concentrarsi sugli aspetti operativi. In altre emergenze, come ad esempio in Emilia-Romagna, il racconto pubblico è passato anche attraverso gesti diversi: abbracci, stivali nel fango, prossimità fisica. Non è una questione di empatia personale, ma di messaggi simbolici. Anche quelli contribuiscono a definire che cosa è centrale e che cosa resta ai margini. Il punto, allora, non è il confronto tra disastri. È il criterio. Alcuni territori vengono raccontati come fragili ma legittimi, altri come fragili e quindi discutibili. E questo incide sul modo in cui le emergenze vengono dapprima narrate e poi affrontate. Non è sempre stato così. Dopo il terremoto del Belice del 1968 l’Italia reagì sentendo quella tragedia come una ferita nazionale. In Piemonte, raccontano le cronache, famiglie impegnarono il proprio oro per aiutare una Sicilia lontana, ma sentita come parte di un destino comune.  Oggi sappiamo molto di più sugli eventi climatici estremi. Proprio per questo dovremmo essere più attenti nel modo in cui li affrontiamo e li raccontiamo. Perché la vulnerabilità non è un peccato da punire, ma una responsabilità collettiva. E il modo in cui un Paese decide di guardarla dice molto di come sceglie, poi, di governarla.

Immagine di copertina generata con ChatGPT – DALL-E

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Direttore responsabile del Sicilian Post. Giornalista, laureato in comunicazione. Collabora con le pagine di cultura e spettacolo del quotidiano "La Stampa". Ha pubblicato su svariate testate nazionali e regionali, tra le quali "La Repubblica" e "La Sicilia". Dal 2018 è promotore del workshop internazionale "Il giornalismo che verrà". Attivo sul piano dell'innovazione è tra gli ideatori di "ARIA", tool per infografiche finanziato da Google DNI. Il suo ultimo libro è "L'unica donna nel CDA" (Guerini Next, 2023).

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