Passato e presente s’incontrano per raccontare il dolore che gli uomini sono stati costretti a patire nei secoli, ricordando il senso di desolazione e sradicamento che ogni guerra porta con sé affinché nessun altro essere umano debba rivivere quelle sofferenze.  È questo il senso della serata “Vittime della storia – Dalla guerra in Ucraina alle grandi migrazioni” che si è tenuta ieri sera al Cortile Platamone, organizzata dal Sicilian Post in occasione della settima giornata di workshop “Il giornalismo che verrà”.

Dopo i saluti istituzionali di Giorgio Romeo, coordinatore del Festival e direttore del Sicilian Post, e del notaio Carlo Zimbone, vicepresidente del Teatro Stabile di Catania, che in qualità di partner della rassegna ha ospitato il gala, si è entrati nel vivo della serata. Daniele Ditta, segretario dell’Ordine dei giornalisti, ha consegnato a Matthew Caruana Galizia il premio “Il giornalismo che verrà”. Il riconoscimento è stato ispirato dalla determinazione con cui ogni giorno dirige la Daphne Caruana Galizia Foundation intitolata alla madre, la giornalista maltese morta nell’esplosione di un’autobomba nel 2017 dopo aver portato alla luce il malaffare della politica a Malta. «Sono felice di ricevere questo premio in Sicilia – ha dichiarato Caruana Galizia – dove vivono molte persone coraggiose. Sento un grande senso di responsabilità nei confronti di questo lavoro che cerco di fare sempre con determinazione, non solo per quello che ha realizzato mia madre ma perché credo nella giustizia e nella promozione di un tipo di informazione di qualità».

La consegna del premio “Il giornalismo che verrà” a Matthew Caruana Galizia

Ad introdurre il tema centrale della serata la performance musicale dell’Orchestra di MusicainsiemeaLibrino, la quale ha eseguito la Chamber Simphony in do minore op. 110a di Dmitri Shostakovich, composizione dedicata a tutte le vittime dei conflitti armati che hanno insanguinato il Novecento. A dirigere e concertare il brano, accompagnato dai testi curati dal giornalista del Sicilian Post Joshua Nicolosi e interpretati dall’attrice e regista Anna Aiello, è stato il M° Francesco Senese.

A seguire, il palco del Cortile Platamone è stato animato da un dibattito che ha visto come protagonisti il reporter Domenico Quirico, il giornalista radiofonico Antonio Talia, la giornalista freelance Laura Silvia Battaglia al-Jalal e lo scrittore e psicanalista Luigi Ballerini. A condurre la discussione, che ha preso le mosse dalla lettura di alcuni brani recentemente firmati da ciascun ospite, è stato il giornalista e coordinatore del festival Giuseppe Di Fazio. La prima tappa è stata segnata dall’intervento di Domenico Quirico a proposito del conflitto ucraino: «Ragionare su ciò che si sarebbe potuto e dovuto fare prima della guerra è ormai un puro esercizio teorico. Il 24 febbraio Putin ci ha imposto una strada: dimenticare il mondo in cui abbiamo vissuto fino ad ora. Il nemico non si comprende più, lo si odia soltanto. Questo, ormai, è il senso del nostro tempo».

Da sinistra: Antonio Talia, Laura Silvia Battaglia al-Jalal, Domenico Quirico, Luigi Ballerini e Giuseppe Di Fazio

Benché il conflitto nel cuore dell’Europa stia catalizzando l’attenzione, non va dimenticato che, in molte altre parti del mondo, la guerra è una realtà quotidiana da molto tempo: «Quando si prendono in considerazione guerre e migrazioni – ha sottolineato Laura Silvia Battaglia al-Jalal – al centro viene sempre messa la figura della vittima. Tuttavia, il modo che abbiamo di raccontarle spesso le spoglia della loro dignità. Dovremmo, piuttosto, imparare a guardarlo come una speranza di rinascita, come coloro che, quando e se le armi taceranno, potranno dare un contributo effettivo alla rinascita dei loro paesi».

E, in effetti, il fenomeno migratorio è spesso connesso a episodi di sfruttamento nelle comunità d’arrivo: «Come abbiamo avuto modo di constatare – ha rilevato Antonio Talia – per i conflitti del passato, già con i profughi ucraini stiamo assistendo alle prime avvisaglie di preoccupanti casi di sfruttamento e abuso di coloro che chiedono rifugio. Il blocco del grano, per di più, rischia di aggravare ulteriormente il quadro: le nostre società dovrebbero ampliare rapidamente gli orizzonti d’accoglienza. Accogliere per poi tradire la promessa fatta sarebbe fare un torto ai valori in cui sosteniamo di credere». Forse, per recuperare una visione più umana su quanto sta accadendo, sarebbe opportuno ricordare l’epoca in cui a sperare in un futuro diverso in una terra lontana erano i nostri antenati: «Ho voluto raccontare questa storia – ha spiegato Luigi Ballerini, autore del romanzo Un sogno sull’oceano che racconta la tragica sorte di alcuni giovani italiani a bordo del Titanic – non solo per riportare alla memoria la vicenda poco nota di Luigi Gatti e della sua brigata del ristorante Ritz, ma anche per dare una luce di speranza ai nostri ragazzi. All’epoca, si partiva senza troppe esitazioni, si attraversava l’Europa alla ricerca di una nuova vita con ben poche certezze sull’effettiva riuscita dell’impresa. Come ogni narrazione, anche quella giornalistica non deve oscurare la speranza: questo non vuol dire nascondere la crudezza della realtà, ma accompagnarla ad un punto di luce che ci indichi come ripartire».

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