La fotografa americana ha fatto dell’impegno sociale la sua bandiera, soprattutto durante la Crisi americana cominciata nel ‘29. Convinta com’era che bastasse uno sguardo a raccontare il desiderio di resilienza e rinascita

«Quando fotografo, non ci metto niente di mio, non preparo niente, non infastidisco nessuno. È la realtà che mi viene incontro». Questo è uno dei principi cardine nella poetica della grande fotografa americana Dorothea Lange, che con le sue opere ha fornito un contributo rilevante alla fotografia socio-documentaristica del XX secolo.

Nata nel 1895 a Hoboken, nel New Jersey, la Lange, dopo un’infanzia difficile, alla fine delle scuole superiori decide di dedicarsi all’attività di fotografa, nonostante l’opposizione della madre con la quale fu spesso in contrasto. Dopo aver frequentato la Columbia University di New York, comincia come freelance, fino all’approdo a San Francisco, allora capitale della fotografia americana, dove apre uno studio e ritrae l’alta società del luogo. Sposa il pittore Maynard Dixon e aderisce ai principi della “fotografia diretta”, una tendenza del linguaggio fotografico nata nella prima metà del Novecento in opposizione al pittorialismo. Ma la Crisi del ’29 sconvolge gli Stati Uniti, specie la classe media e i contadini, profondamente impoveriti. Ecco allora che la Lange volge verso loro la sua attenzione, passando dal ritrattiamo alla fotografia sociale.

Col medesimo spirito partecipa, verso la seconda metà degli anni Trenta, ad una missione della Farm Security Administration, dove collabora con Walker Evans nel sud degli Stati Uniti. Entra nel 1935 al servizio della FSA e realizza un reportage sulle condizioni di vita nelle zone rurali degli USA. Nel 1947 collabora alla nascita dell’agenzia Magnum. Qualche mese dopo la sua morte, l’11 ottobre 1965, il MoMA di New York ne espone una grande retrospettiva, la prima dedicata a una donna nella storia del museo.

Una delle fotografie più famose, che qui commentiamo, è Madre senza patria, ritratto di una lavoratrice della California che si sposta di paese in paese con i suoi tre bambini. Il volto della giovane donna è segnato dalle rughe e il suo sguardo è molto profondo e si perde preoccupato in lontananza. I suoi bambini sono appoggiati a lei, cercando protezione e nascondendosi timidamente davanti all’obiettivo della fotografa. Grazie a questa sua opera, Dorothea Lange ha consegnato al mondo un’icona della fotografia e dell’impegno sociale.

Tutta particolare la storia di questo scatto. All’inizio di marzo del 1936 la Lange  passa davanti ad un cartello che recita PEA-PICKERS CAMP (un campo di raccoglitori di piselli a Nipomo, in California). A quel tempo lavorava come fotografa per un’agenzia governativa dell’era della Depressione creata per sensibilizzare l’opinione pubblica e fornire aiuti agli agricoltori in difficoltà. Entra nel campo e incontra  la  madre ritratta dallo scatto, che si chiamava  Florence Owen Thomson, e i suoi figli.

Questa fotografia che sembra totalmente spontanea è in realtà il frutto della collaborazione della donna con la fotografa. Nel suo scatto risaltano orgoglio e dignità e la percezione che in qualche modo quella giovane madre e la sua famiglia riusciranno sopravvivere, ad ottenere una vita migliore.

A proposito di quell’istante di avvicinamento alla madre disperata, Dorothea racconterà di essersi sentita come attratta da un magnete. «Non ricordo – aggiunge – come  ho spiegato la mia presenza e quella della macchina fotografica. La donna non mi fece domande. Ho scattato cinque foto, avvicinandomi sempre di più. Non le ho chiesto il nome o la sua storia. Mi ha detto che aveva trentadue anni e che vivevano mangiando verdura gelata raccolta dai campi circostanti e uccelli che i bambini cacciavano. Aveva appena venduto le gomme della macchina per comprare cibo. Poi si è seduta sotto la tenda con i bambini che le si sono stretti addosso. Sembrava sapere che le mie immagini potevano aiutarla e quindi mi ha aiutato. C’era una specie di parità in questo».

Oggi abbiamo perso interesse verso il fenomeno che Lange cercava di raccontare, eppure il volto di questa donna è ancora capace di commuoverci. Lo sguardo intenso e le rughe che attraversano la fronte della madre riempiono di dignità un’immagine che, altrimenti, sarebbe solo di miseria. Mentre i bambini si stringono al suo corpo in cerca di protezione, lei guarda lontano, come se la povertà non le impedisse una calma certezza. La forza di questa immagine resiste al passare del tempo e al mutare delle circostanze, diventando la metafora della dignità di ogni madre in difficoltà.

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