L’Africa delle profonde ferite: due volontari catanesi raccontano
il loro Burkina Faso

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Paolo e Mariella, marito e moglie che da sempre condividono il desiderio di spendersi per i più bisognosi, da più di vent’anni operano insieme alla loro associazione in uno dei paesi più poveri e instabili del mondo. Dal loro racconto, dove un secchio d’acqua o una sedia a rotelle in più possono fare la differenza, l’immagine di una terra spesso dimenticata

La sparizione dell’italiano Luca Tacchetto e della canadese Edith Blais, la forte instabilità politica interna e l’escalation di attentati jihadisti hanno di recente portato sotto i riflettori della cronaca il Burkina Faso, stato sconosciuto ai più e di norma ignorato dalla stampa occidentale. Ma cos’è il Burkina Faso? «È un ex colonia francese, uno dei 5 stati più poveri del mondo. Fa parte del Sahel, cioè il margine del Sahara, ed è nella parte più povera dell’Africa dove non ci sono acqua né sbocchi sul mare». A rispondere è Paolo Sangiorgi, volontario della Burkina Onlus, associazione catanese, ramo della parrocchia SS. Pietro e Paolo, che dal 1993 opera nel paese africano. Racconta di uno stato in cui le difficilissime condizioni di vita sono strettamente legate alle piogge, da cui dipende la coltivazione del miglio, l’alimento principale: «Se non piove abbastanza, i semi muoiono e bisogna aspettare altre piogge per tentare di nuovo la semina». Questo cereale dai grani piccolissimi, una volta ridotto in farina, è la base per la preparazione del tô, sorta di polenta arricchita con gli ingredienti a disposizione che rappresenta spesso l’unico pasto quotidiano. «La povertà è talmente tanta che una volta, per esempio, un sacco di miglio si è lacerato mentre lo scaricavo e ne è caduto un po’ nella sabbia, una trentina di semi. Una signora li ha raccolti uno ad uno e li ha conservati».

La reiterata siccità costringe a soluzioni estreme: «Creano dei “barrage”, degli sbarramenti, in prossimità di depressioni del terreno dove si ferma l’acqua. Usano quest’acqua per coltivare, ma anche per bere e per far bere gli animali, quindi si inquina, causando diverse malattie. La gente fa anche 15 chilometri per un secchio d’acqua. Per loro è normale vivere così». Una vita di stenti a cui è principalmente la donna a dover far fronte: «Uomini ce ne sono pochissimi perché vanno in cerca di lavoro, specialmente ad Abidjan, in Costa d’Avorio. Ci stupiamo per tutti gli africani che arrivano in Europa, ma non ci rendiamo conto di quanti ne migrano in Africa stessa perché è una questione di cui non si parla». Dalle parole di Paolo emerge un vivido ritratto di povertà e miseria, di una realtà in cui il potere della natura di condizionare la vita dell’uomo appare in tutta la sua ineluttabilità, ma nella quale anche i conflitti umani hanno scavato ferite difficili da sanare.

IL SOSTEGNO DI OGNI GIORNO. Appare difficile anche solo ipotizzare di poter migliorare una condizione tanto travagliata. Eppure, la Burkina Onlus fornisce un concreto sostegno: «Inizialmente, alcuni medici partiti come volontari, vista l’estrema povertà di questa gente, hanno realizzato le prime adozioni a distanza. Questa iniziativa si è sparsa col passaparola e siamo arrivati ad averne adesso oltre 1500. Anch’io, appena pensionato, ho voluto fare questa esperienza. Volevo vedere l’Africa. Sono andato per prova e ora sono oltre 20 anni che ci torno». Nel raccontare questo, Paolo sorride, l’espressione serena di chi ha accettato un compito necessario e inevitabile. «Io mi occupo di queste adozioni. Ad ospitarci in Africa sono le suore Camilliane che sono tutte medici e infermiere. Facciamo sede in un villaggio, Koupela, a 150 km dalla capitale, in direzione del Niger, da cui passa l’unica strada asfaltata che attraversa il paese. L’adozione”standard”, del costo di 150 euro annui, permette di pagare le spese scolastiche di un bambino e i pasti per lui e, in parte, per la famiglia. Ci occupiamo anche della costruzione di pozzi, che in Burkina significano vita, igiene, e finora ne abbiamo realizzati 35. Poi facciamo realizzare in loco delle sedie a rotelle a tre ruote, le “pouss pouss”, che, per mezzo di pedali azionati con le mani, permettono all’utilizzatore di spostarsi agevolmente, invece di essere costretto a strisciare. Inoltre, finanziamo operazioni chirurgiche e facciamo tante altre piccole cose».

IMPARIAMO DAI BAMBINI. Paolo e la moglie Mariella, anche lei volontaria della Onlus, sono stati più volte invitati nelle scuole per raccontare delle loro attività in Burkina. «In queste occasioni – dice Paolo – mostriamo agli alunni una realtà che non conoscono, gli spieghiamo che ci sono dei bambini che non hanno l’opportunità di andare a scuola e che, a causa di questo, non potranno migliorare la loro condizione e i governanti potranno fare di loro ciò che vogliono. I ragazzi sono molto sensibili a questi temi». Mi mostrano, quasi commossi, il disegno di una bambina di seconda elementare che ha ritratto se stessa e i compagni di classe insieme al bambino africano da loro adottato, tutti sorridenti sotto il titolo “Come vorrei che vivessi”: essenziale e perfetto manifesto dell’innato istinto di solidarietà e del desiderio di uguaglianza e integrazione. «L’unica maniera per migliorare davvero la vita di questi bimbi è farli studiare». dichiara Mariella. «Fra i tipi di adozioni che abbiamo, – continua – c’è anche quella universitaria, che dura un minimo di 4 anni e serve a far laureare un giovane. Abbiamo già diversi ragazzi che sono arrivati alla laurea ed è una soddisfazione immensa». Mi raccontano la storia di Hubert, giovane burkinabè laureatosi in biologia grazie al sostegno economico di un’anziana catanese, che, dopo aver terminato il master vinto in un ateneo tedesco, è rientrato in patria col desiderio di aiutare la sua gente, esempio emblematico della volontà di riscatto di un’intera nazione.

DEDICARSI AGLI ALTRI SENZA RISERVE. Giro per la stanza in cui tengono stipato tutto quello che dovranno portare con loro nel prossimo, imminente viaggio – fra cui: vestitini per bambini, medicinali, le immancabili caramelle capaci di trasformare qualsiasi visita in un villaggio in una festa – e non posso fare a meno di chiedere loro cosa li spinga a continuare, anno dopo anno, ad affrontare difficoltà, costi, rischi per aiutare un popolo dall’altra parte del mondo. «Lì siamo stati sempre accolti a braccia aperte – risponde Paolo – e poi anche qui siamo impegnati nel sociale. Ci siamo sempre chiesti che senso avrebbe stare in questo mondo se non ci aiutassimo l’un l’altro, a cosa serviremmo. Secondo me bisogna aiutarsi, perché c’è tanto bisogno di aiuto. Non solo in Africa, anche qui».

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