Sangu, Peddi, Cori, Ossa, Carni e Lena. Sangue, Pelli, Cuore, Ossa, Carni e Respiro. Sono gli elementi di Anatomia Popolare, l’album con cui Ezio Noto, cantautore e poeta di Caltabellotta, ha voluto salutare l’arrivo della Primavera e la rinascita dopo due anni di pandemia. «Come una pratica antica, popolare e “sciamanica” che prende di mira parti anatomiche del corpo umano, che diventano metafore di storie e emergenze creative», spiega l’autore.

Un album nato di getto, dettato da un’urgenza creativa, dall’impellente voglia di sperimentare nuovi suoni, nuove forme…
«È vero. il disco ha avuto una incubazione molto veloce, in un paio di mesi. Prima, nello studio Roadhouse 11 di Cianciana, io con Francesco Less abbiamo registrato tutte le tracce guida, e sono nate le bozze creative di Anatomia Popolare. Poi in una immersione totale, come si faceva una volta, in una sorta di “comune sonora” durata una settimana, con Alfio Antico nello studio Disco33 di Sciacca con Francesco Barbata abbiamo fatto tutto il resto o quasi».

Da sinistra: Francesco Less, Alfio Antico ed Ezio Noto

Per l’occasione hai messo insieme una superband con Alfio Antico, Mauro Cottone, Libero Reina…
«Ho la fortuna ormai da qualche anno di condividere questo viaggio con musicisti e creativi straordinari che mettono molto del loro bagaglio e della loro formazione, non solo musicale, nel progetto Disìu. Le “contaminazioni” favoriscono lo sguardo verso i generi, le diverse musiche e gli strumenti del mondo. Mauro che arriva dalla musica classica con la forza, la “monelleria” e l’irriverenza donatagli da Giovanni Sollima suo maestro di violoncello; Libero, di nome e di fatto, che ha un suo percorso da solista ma che condivide con noi il progetto da anni, lui è apertura totale ed è figlio di Andromeda; Francesco Less anima rock e curiosità infinita (ha curato tutti gli arrangiamenti di Anatomia Popolare); Roberto Ligammari è il ritmo che serve, la potenza e la dolcezza, la sensibilità che lo rende un grande musicista, padrone del silenzio, sapere quando non serve suonare; Eleonora Tabbì insegnante di canto jazz, apertura e delicatezza, preziosi interventi canori; lo storico Totò Randazzo, il basso di matrice rock prog. che si fonde ed apre il progetto; Francesco Barbata maestro del suono, prezioso, nelle viscere di Disìu fino al midollo, rappresentano una sintesi perfetta di quello che intendo per contaminazione e della mia visione della nuova cultura della musica popolare. Alfio rappresenta un magnifico regalo per noi. Anatomia Popolare è un lavoro corale in cui si possono conoscere le anime di tutti quelli che lo hanno creato e definito».

Eleonora Tabbì (a sinistra), Ezio Noto (in alto) e Mauro Cottone

Come è nata la collaborazione con Alfio Antico e qual è stato il suo ruolo nella lavorazione del disco?
«Conosco Alfio dagli anni Ottanta. Il primo incontro risale a una manifestazione che si realizzava a Castiglione di Sicilia, La notte di li canti e di li cunti, dove ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere anche Rosa Balistreri, Ciccio Busacca e tanti altri. Ci siamo incontrati nuovamente due anni fa in occasione del Dedalo Festival, che si svolge a Caltabellotta, e l’anno successivo abbiamo realizzato un concerto in Sicilia assieme. Abbiamo deciso in quella occasione di realizzare un progetto discografico comune, che in origine avrebbe dovuto essere un EP con quattro tracce e che poi, invece, la spinta emotiva e creativa ha trasformato in Anatomia Popolare. Alfio non è stato l’ospite conosciuto e famoso che serve per dare visibilità al disco. Lui con la sua carica, la sua musicalità, la sua esperienza, la sua creatività è entrato dentro al progetto, scrivendo anche frammenti di testi e musiche, ha collaborato alla stesura dell’intero lavoro, ha suggerito fraseggi, ha scelto dove mettere i suoi suoni, i suoi tamburi, la sua voce».

L’album si apre con Analisi, un brano selvaggio e Renato Miritello, alla voce, sembra Demetrio Stratos. È quasi una marcia funebre. Mentre Lena, a chiusura dell’album, scarna, suonata solo dal tamburo, con i recitativi tuoi e di Alfio e le voci di anziane e bambini ricorda le lamentazioni funebri. C’è una relazione fra le due canzoni?
«La relazione fra i due brani è potente, rappresenta lo smarrimento dell’essere umano: in Analisi solitaria e senza parole, una voce quasi smarrita che soffre e analizza il nostro tempo cupo. Avevamo pensato un brano diverso per l’apertura del disco, poi Renato Miritello, caro amico e sperimentatore della voce, mi fece ascoltare la bozza di Analisi. Rimasi folgorato dalla forza e dalla potenza di quel frammento e mi sembrava perfetto per identificare il profondo, consapevole, grido dell’uomo senza parole, solo attraverso il canto. In Lena – che in siciliano significa tante cose: fiato, alito, afflato, anima, respiro, lieve movimento dell’aria – sono grida di donne, uomini, bambini, anziani, cercano responsi (Signi di Santa Marta) e recitano antiche preghiere di mare e di montagna».

La copertina del disco

Ossa, invece, è un divertissment, una filastrocca. Un brano allegro in contrasto con il tema.
«È un inno sarcastico alla pace, i protagonisti sono degli scheletri che invocano un segno di pace: “Stringemuni sti quattr’ossa…” stringiamoci la mano. Un appello ed una intenzione che arriva leggermente fuori tempo massimo. Sarebbe bastato pensarci prima. Il tema della morte, del restare più soli ricorre nel disco, forse Ossa è una chiave per riuscire a prendere la distanza da essa, per alleggerire il carico, un modo per esorcizzare la paura che diventa amarezza e sofferenza in Sangu, brano scritto qualche giorno dopo la perdita di una persona a me molto cara: Roberto Sottile, professore di linguistica italiana all’Università di Palermo, con cui ho collaborato in diversi eventi anche fuori dalla Sicilia».

Cori è una ballata corale, una via di mezzo tra Fabrizio De André e Peppe Servillo degli Avion Travel.
«Abbiamo usato anche chitarre western e una beguine per raccontare una storia che ho conosciuto grazie al mio amico artista pittore Giovanni Proietto, che ha curato tutte le illustrazioni dei brani e le copertine di diversi nostri lavori, compresa Anatomia Popolare. Gli accostamenti mi fanno piacere, specialmente se fanno riferimento a figure così inarrivabili. Sono lo stesso felice se ci si possa solo affezionare alla tenera e difficile storia di Angilina, e al suo enorme amore sognato per tutta la vita».

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