La regola del giornalismo anglosassone è un valido metodo per scomporre problemi e trovare soluzioni. Ha origini antichissime: nasce ad Atene, si afferma nel Medioevo ed è usata soprattutto in Sicilia

Curiosità è sostantivo femminile, come domanda: donna, con i pantaloni da trekking e i tratti mediterranei. Noi siciliani siamo tutti un po’ giornalisti e filosofi. Al posto giusto al momento giusto, testimoni diretti dietro le tapparelle, siamo esseri curiosi. Il curtigghio è una declinazione non sempre riuscita della meraviglia aristotelica. Amiamo domandare e anche iperbolizzare parole e fatti per creare l’effetto notizia. Un po’ come i giornalisti. What? Who? When? Where? Why? Sono le domande che ci scambiamo in fila alla posta, tra i banchi o nell’androne del condominio. E anche la regola principale del giornalismo anglosassone. Semplice, versatile e efficace, è utilizzata per il problem solving, per raccontare storie, realizzare app ed eventi su Facebook e dal content marketing per aumentare il Roi aziendale (il ritorno sugli investimenti). È antica almeno quanto la curiosità made in Sicily.

Regola delle “8Q”. Filosofi e oratori dell’antichità erano soliti argomentare a partire da uno schema di domande fisse. I cosiddetti loci argumentorum furono adoperati nel V secolo da Severino Boezio nell’arte dell’accusa e della difesa. Nel XII secolo Tommaso D’Aquino mise a punto nella Summa Theologiae una griglia di otto elementi per descrivere un’azione morale, distinguendo tra condizioni dell’oggetto e condizioni del soggetto agente (è differente se un ladro ha compiuto il furto per sfamare i figli o perché ubriaco): quis (chi); quid (che cosa); quando (quando); ubi (dove); cur (perché); quantum (quanto); quomodo (in che modo); quibus auxiliis (con quali mezzi). Non molto tempo dopo, la griglia venne proposta dal Concilio Lateranense IV per attribuire pene adeguate a ogni peccato e stimolare i confessori ad esaminare sia i peccati che le loro circostanze, con l’aggiunta di una Q: quotiens? (quante volte?). Non solo filosofia: c’è chi riconduce il metodo a L’elefantino curioso di Rudyard Kipling: «I keep six honest serving-men They taught me all I knew; Their names are What and Why and When And How and Where and Who». Ma l’antenato per eccellenza delle Five Ws è ateniese. Classe 470 /469 a.C., Socrate ha mosso tutto l’Occidente con una domanda: τί ἐστι? (ti esti?) Quel Che cosa è la domanda che poneva ai suoi interlocutori per indurre a partorire verità. Un po’ quello che faceva sua madre, levatrice. Così è nato il giornalista, che mette al mondo notizie e occhi per entrarci. Contro al metodo delle Tre S (soldi, sesso e salute) adoperato dagli odierni sofisti per vuoti clic, Socrate pone l’urgenza del Che cosa, la madre di tutte le domande, punto di partenza per il confronto su ogni tema. È il What? che lega le altre W dello stile giornalistico.

Perché “τί ἐστι” è madre delle “5W”? Il punto interrogativo è l’ultimo supereroe. Quanto coraggio richiede porre una domanda? Il regime democratico che pose fine al governo dei 30 tiranni condannò Socrate a morte, il «primo martire per la causa della libertà di pensiero e d’investigazione». Quanti giornalisti muoiono ancora oggi per questa causa?
Senza, ogni discorso è incompleto. Focalizza la questione agevolando chi scrive (o parla) e chi legge (o ascolta): più si articolano le risposte con dettagli, più completo sarà il quadro della situazione analizzata.

Rinvia alla meticolosità della scrittura e della ricerca delle fonti. Allena gli occhi alla realtà, con un piede criticamente dentro ai fatti e uno dentro ai sogni perché la domanda è più di quel che chiede e più di quel che trova.

Apre all’intersoggettività: porta lontano, tra esperienze e volti molteplici, come novelli Socrate al mercato, i giornalisti si mescolano in giro tra la gente.

Alimenta l’amore per la conoscenza e orienta l’emozione: ogni articolo è il prodotto della meraviglia e quindi di un’emozione. Notizia è traduzione di meraviglia; la stessa da cui nasce la filosofia.

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