Cosa intendiamo esattamente per “integrazione” e quando questa può dirsi compiuta? Vuol dire semplicemente sostituire l’appartenenza ad un paese con un’altra, magari sancito da un riconoscimento giuridico? Oppure è qualcosa di più? A volte, le storie aprono vie impreviste.

Marsela ha diciotto anni «anzi – precisa – quasi diciannove». Vive in Italia da quando non aveva ancora tre mesi. Quasi nulla, ma è uno spazio temporale che può fare la differenza.  Occhiali sottili, sguardo riflessivo sotto una frangetta ordinata, frequenta la terza Liceo Classico a Ragusa. Una personalità tranquilla e profonda che si esprime con scelte linguistiche curate e persino eleganti. In classe tutti la stimano e le amiche non lesinano a tributarle la loro gratitudine per il modo in cui ha inciso sulla loro crescita in questi anni.

«Italiana o albanese?» chiedo perentoriamente alla mia alunna ad un certo punto del nostro dialogo. «Albanese!» risponde senza incertezze.

Sono a dir poco sorpreso. Il suo arrivo nel nostro paese così giovane mi aveva fatto presagire una risposta diversa. Ma, mi domando, l’affermazione della propria identità di origine contraddice l’esito di un reale percorso di integrazione oppure, al contrario, lo attesta?

«Quali ragioni hanno condotto a Ragusa i tuoi genitori?» avevo chiesto aprendo la nostra conversazione. La risposta era giunta meditata e articolata: «Mi sono chiesta quali fossero quelle ragioni e le ho chieste a mia volta. Ciò che ho capito dalle motivazioni che mi hanno dato i miei genitori è che alla radice c’è semplicemente ciò che tutti vogliono per i propri figli: dare loro un futuro migliore, più stabile, con maggiori opportunità. Nel tempo, però, non ho smesso di domandare e ogni volta scopro cose nuove che aprono a altre domande».

È stato il desiderio di comprendere la vicenda dei suoi genitori a farla appassionare alla storia della sua terra. «Agli inizi degli anni ’90, l’Albania usciva dalla dittatura comunista. Anche la mia famiglia – racconta – ne aveva sofferto. Erano molto religiosi e per questo erano perseguitati. Mio nonno ha dovuto assistere alla fucilazione di suo fratello, ucciso perché era andato in chiesa di nascosto. Distrutto il passato, però, il popolo non ha risposto bene alla sfida della libertà. Quando le frontiere si sono aperte si è riversato in Italia. Ho visto tante volte le immagini della nave Vlora stracarica di gente attraccare al porto di Brindisi nel ‘91».

I genitori di Marsela, però arrivano in Italia solo nel 2002. In realtà, per la giovane coppia di sposi e la loro primogenita, la Sicilia doveva rappresentare solo una vacanza prima del «grande salto verso gli Stati Uniti». Solo che la loro bambina di soli tre mesi si ammala seriamente. Il medico sconsiglia di mettersi in viaggio e così, senza averlo progettato, la vita prende un corso imprevisto.

«In Albania mio padre faceva l’elettricista, mia mamma la maestra, in Sicilia lei trova lavoro come badante, lui come muratore».

È interessante guardare alla vicenda dei genitori attraverso gli occhi dei figli.

«Mia madre si è inserita bene. Parla correttamente l’italiano e spesso viene chiamata a fare da traduttrice in ospedale. Mio padre invece – ride di gusto – sembra arrivato ieri.»

«Cosa ha fatto la differenza nella stessa condizione?».

«La famiglia della signora a cui mia mamma badava ha accolto lei e anche me. Spesso mia madre mi portava con sé al lavoro e la figlia della signora giocava con me. D’estate andavo a casa loro al mare e giocavo con le nipoti. Organizzavano le feste di compleanno. Eravamo e siamo ancora – conclude – parte della famiglia».

Sono i passi di una reale accoglienza ma forse – mi chiedo – la scuola ha spezzato l’incanto. «Qualche volta ti sei sentita diversa dagli altri bambini?».

«I bambini non percepiscono differenze – afferma Marsela, lasciando forse intendere che sono gli adulti a farle sorgere –. Io non le vedevo e gli altri non me le facevano notare. Certo, frequentavo la scuola dalle suore e c’erano cose che non capivo. Le feste per esempio: l’albero di Natale, il presepe, non li ritrovavo a casa. Capivo allora di avere un’altra nazionalità. Una nazionalità che non rinnego assolutamente. Molti lo fanno. Ad una mia amica, ad esempio, non importa nulla delle sue origini. Anzi, per qualche oscuro motivo, non le piace rivelarle».

Provo a indagare dentro quella zona d’ombra. Forse – insinuo – accade proprio perché quella diversità, se non è accolta, se diviene un fattore di esclusione, allora deve essere censurata.

«Credo sia così – ammette la mia alunna – Ad altri è capitato di sentirsi sminuiti. A me non è successo. Ma basta poco. Un incontro sbagliato. Un fatto spiacevole che ti segna».

Qualcuno di questi fatti l’ha sfiorata.

«A mio padre è successo di sentirsi sminuito. Poco dopo avere trovato lavoro nel 2002, quando gli albanesi erano ancora “quelli che rubano il lavoro agli italiani”, o semplicemente “quelli che rubano”, proprio andando al lavoro, fu fermato dalla polizia. Nella borsa aveva una mela e un coltello. Lo portarono in Questura. Lui non riusciva a comunicare e cercava di farsi capire a gesti che il coltello serviva solo a sbucciare la mela. Uno dei due poliziotti era distaccato e quasi violento, almeno nel tono. L’altro, più umano e comprensivo. Lo lasciarono andare anche se i documenti non erano del tutto in ordine. Anche a mia sorella è accaduto di non sentirsi accolta in classe e ricordo un ragazzino alle medie letteralmente picchiato perché albanese».

La dimensione linguistica costituisce sempre una cartina di tornasole.

«Che lingua parli in casa?».

«Con mia madre in italiano. Con mio padre, in albanese».

«L’albanese lo conosci bene, sai scriverlo?».

«Lo parlo e lo scrivo bene. Mia sorella invece sta dimenticando tutto. In lei l’identità sta scomparendo».

È a questo punto che pongo la questione dell’identità con un aut-aut. Italiana o albanese?

La rivendicazione della propria origine non ha nulla di risentito o di irrisolto.

«L’Italia ha una cultura immensa rispetto a quella della mia Terra. Ma quando si parla male dell’Albania mi sento smuovere dentro. È la stessa sensazione che avverto ogni estate quando andiamo a trovare i miei parenti a Tirana o quelli nei villaggi del nord».

È una sensazione che ha a che fare con l’appartenenza. «Tirana è una città bellissima circondata dalle montagne, ma io non ci vado da turista. La città e il sacrificio delle persone che l’hanno costruita hanno una storia da non sottovalutare».

Le proprie radici non sono per Mersela un fatto del passato da venerare o da censurare, bensì un fattore dinamico del presente. «La mia origine è albanese – spiega – ma io sono stata “costruita” in Italia.

«Un’albanese made in Italy?» chiedo incuriosito. «Sì. Qui ho imparato il dialogo, l’apertura. Io sono orgogliosa e fiera del mio modo di pensare che mi rende curiosa verso tutto. Una cosa che non ritrovo nei miei cugini che vado a trovare in Albania».

«Qual è lo specifico albanese?».

«L’albanese è patriottico, come mio padre. Ama le proprie tradizioni, mentre qui si stanno perdendo. La festa di nozze, per esempio, in Albania dura quattro giorni e coinvolge tutti con cibo, canti e balli e tanta grappa».

Il tema delle nozze apre su una sfera più intima. «Cosa direbbe tuo padre se un giorno un italiano chiedesse la tua mano?».

Marsela sorride schernendosi, ma poi ammette. «Lui preferirebbe un ragazzo albanese, dice. Però mio padre, che è musulmano, ha sposato una cristiana. Anche loro hanno superato delle diversità, anche se la religiosità era stata quasi del tutto cancellata dal regime comunista».

Sono dei giorni intensi per la famiglia della mia alunna. Bisogna rinnovare i permessi di soggiorno.

«È una seccatura – confessa –. Si viene ammassati in un unico ambiente all’esterno della Questura e trattate spesso come persone che non sanno ragionare quando semplicemente non sanno esprimersi».

«Chiederai la cittadinanza italiana?»

«Forse sì. Semplifica la vita. Non so, però, se costringe a rinunciare a quella albanese. Sarà comunque un percorso lungo. Io sono nata in Albania, mia sorella, essendo nata qui, non avrà gli stessi problemi».

Il riferimento agli immigrati trattati come “persone che non sanno usare la ragione” ci riporta sugli episodi di intolleranza nei confronti degli immigrati che purtroppo si verificano ancora. «Come reagire?»

«Dispiace, questo sì.  Però penso che oramai la gente si sia abituata a vedere la diversità nelle strade. La scuola prende molto sul serio questo problema e fa bene. Credo che la storia ci offra un grande aiuto. La storia italiana è fatta di emigrazione. Bisogna raccontare questa storia. Le esperienze del passato e del presente ci aiutano comprendere e a comprenderci».

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