«Le scene dei civili uccisi feriscono e questi eventi sconcertano, fanno scattare un meccanismo di manipolazione dei cervelli che porta a chiedersi: chi è il buono? Chi è il cattivo? La riflessione però va oltre questo binomio e impone di problematizzare, non si può ridurre tutto a un’unica immagine violenta». A parlare è don Salvatore Scribano, cappellano al Policlinico di Catania. Durante gli anni del suo magistero, il sacerdote ha avuto stretti contatti con il mondo slavo, dal 1982 al ‘92 è stato infatti membro del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani sezione orientale. In forza di questa esperienza, in occasione di un incontro organizzato dalla Fondazione Ventorino e dal Centro Culturale di Catania e moderato dal professor Sergio Cristaldi (Ordinario di Letteratura italiana Unict), si è espresso sulle ragioni storiche che, a suo avviso, continuano a dividere due popoli e due nazioni di cui noi occidentali sappiamo, forse, troppo poco. «Gli Slavi si inseriscono nella storia alla fine del primo millennio dopo Cristo, quando queste tribù coordinate da principi normanni si insediarono nell’attuale territorio ucraino. Furono i Russi, popolo di origine scandinava, a invadere quei luoghi e a slavizzarsi a loro volta alla fine del IX secolo. Questo nucleo originario fu travolto da un’invasione di Tartari e da lì ebbe origine una scissione: da una parte i popoli sotto l’influsso occidentale, dall’altra quelli sotto l’influsso orientale». Una spaccatura che, secondo Scribano, interessa la stessa Ucraina: «Ce n’è una centrale e maggioritaria, che percepisce la distanza dal mondo russo in “termini regionali”, proprio come noi ci riconosciamo tutti italiani, ma con le dovute differenze tra regione e regione; ma esiste anche l’Ucraina orientale, che è russa e russofona».

NEMICO INTERNO.  E se i percorsi della storia sono stati complicati sin dall’antichità, le vicende novecentesche non hanno di certo contribuito a comporre queste fratture. Come ricorda il prof. Cristaldi: «l’Ucraina, formatasi a seguito delle invasioni tartare dell’XI secolo, fu assorbita in gran parte dal Regno di Polonia nel XVI secolo, ma a fine XVIII esso cessò di esistere e l’Ucraina venne annessa alla Russia, con l’eccezione di Leopoli che divenne austriaca. Con la nascita dell’URSS l’Ucraina ne divenne una delle repubbliche al pari della Russia, con l’esclusione della Crimea che rimase russa. Essa tornò a essere ucraina con Chruščёv nel 1954 e con lo scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991 l’Ucraina divenne indipendente. Da allora i rapporti con la Russia rimasero sempre tesi fino a quando, nel 2014, la cacciata del presidente ucraino filorusso Janukovyč fece precipitare la situazione». Considerazioni a cui fanno eco quelle di Scribano, secondo il quale sarebbe invincibile la persuasione dei russi di considerare gli ucraini un “nemico interno”: «Dai tempi del Gran Principato di Mosca, che ha preceduto lo Zarato russo, questo si è sempre concepito con il compito di riunificare tutte le Russie, su modello della reconquista spagnola. Il “grande russo” non può tollerare che l’Ucraina si renda autonoma dall’Oriente e si avvicini all’Occidente europeo: è così che diventa un nemico interno».

PAURA E INSICUREZZA. Di fronte a una tensione che cresce da anni, ci si domanda quale ruolo abbia avuto il mondo occidentale: «L’atteggiamento che l’Occidente ha verso la Russia è da sempre patologico: o non la considera o la reputa un mostro. Circa 8 anni fa la Nato ha invitato l’Ucraina a entrare a far parte dell’alleanza, ma non ha mai fatto lo stesso con la Russia. Perché? Si teme che questo Stato immenso, ampio quanto un sesto delle terre emerse e abitato da 150 milioni di persone, possa turbare l’equilibrio occidentale. Già lo zar Pietro il Grande sosteneva che la Russia avrebbe dovuto solo imparare qualcos’altro dall’Europa per altri due secoli prima di prendere il comando». Ne è esempio la battaglia di Stalingrado della seconda Guerra Mondiale: «la grande vittoria sovietica contro la Germania costata 2 milioni di vite. Dopo esperienze di questo genere ritrovarsi di nuovo nel meccanismo della potenza politica dimostra che dalla storia non si può imparare nulla». Le parole di don Salvatore Scribano sono impregnate della sensibilità di chi ha vissuto in quelle terre e cerca di immedesimarsi nel punto di vista russo e in quello ucraino, pur essendo tornato a vivere in Italia: «Da una parte c’è il sentimento di pancia russo, dall’altro il crescente nazionalismo ucraino: in entrambi i casi si tratta di nazioni dalla grande cultura, i cui teatri sono sempre affollati e le biblioteche piene. Un aspetto questo che non emerge dalle immagini trasmesse in tv, che fanno male sicuramente, ma non dobbiamo dimenticare che abbiamo già visto scene simili al di fuori dell’Europa e si tratta sempre di uomini».

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