Quasi il 60% dei residenti nel comune di Catania non ha conseguito il diploma. Il dato Istat-Openpolis sulla povertà educativa in Italia è impietoso e fa il paio con la statistica che sancisce come il comune etneo primeggi, insieme con Napoli e Palermo, per incidenza di famiglie in condizione di disagio (7%) e per tasso di dispersione scolastica dei giovani (21-22%). Dinanzi ad un simile quadro di desolazione, perdere la fede nella possibilità di invertire la tendenza parrebbe naturale. Eppure, qualcuno è fermamente convinto del contrario: «La rassegnazione spesso confina con l’alibi: adesso basta. Io non mi rassegno: ognuno di noi può dare il proprio contributo. Il futuro e il progresso di Catania dipendono da questo». Roberto Di Bella, dopo un’esperienza quasi decennale in quel di Reggio Calabria coronata nella creazione del progetto Liberi di scegliere, da cinque mesi è Presidente del Tribunale per i minorenni della città etnea. Tanto gli è bastato per fotografarne le vertiginose contraddizioni: «Ghetto e borghesia. Catania è una realtà dal grande fervore culturale, ma è inaccettabile che ci siano interi quartieri che vivono esclusivamente di spaccio e di reati predatori, che invece di andare a scuola ragazzini di 12-13 anni girino su macchine, motorini o cavalli per fare da vedette. Stiamo pagando lo scotto di politiche che nei decenni sono state poco lungimiranti. Ma non va dimenticato che la questione minorile è cruciale. Serve, perciò, un cambio di passo deciso». Un passo che la città, con coraggio ed inventiva, ha cominciato a muovere.

«C’è bisogno di politiche occupazionali che diano prospettive a giovani altrimenti condannati e di sostegno alle famiglie in difficoltà. Vogliamo realizzare un vero Piano Marshall per la città»

LA RETE DI PROTEZIONE. Conoscere, programmare, intervenire: dietro l’impulso di questi tre imperativi il neonato Osservatorio prefettizio sulla condizione minorile punta a raccogliere gli sforzi congiunti delle principali istituzioni locali. «Il protocollo – spiega Di Bella – rappresenta un vero punto di non ritorno. Grazie alla sinergia etica e professionale che abbiamo instaurato, potremo analizzare e acquisire una consapevolezza senza precedenti sulle specifiche esigenze di ogni territorio, dare una regia alle tante associazioni del terzo settore attive e anticipare la soglia degli interventi in quelle aree patologicamente degradate, in cui spesso non si arriva ad operare un’efficace prevenzione». Le criticità odierne, del resto, sono il frutto di un’atavica miopia economica e sociale: «Il nostro compito – aggiunge il magistrato – è anche quello di stimolare la nostra classe politica affinché si dispongano gli interventi necessari. Mancano, ad esempio, gli assistenti sociali: la legge regionale prevede che ce ne sia 1 ogni 5000 abitanti, ma a Catania sono decisamente meno. Ma non solo: servono psicologi, medici di strada, educatori, investimenti sulla scuola per fare in modo che il tempo pieno, essenziale per tenere i ragazzi lontani dai contesti criminali, diventi una realtà consolidata. C’è bisogno, infine, di politiche occupazionali che diano prospettive a giovani altrimenti condannati e di sostegno alle famiglie in difficoltà. Insomma, il nostro obiettivo è quello di realizzare un vero Piano Marshall per la città».

«Le criticità sono importanti e ci vorrà tempo. Ma le risorse e le gli aspetti positivi su cui concentrarsi ci sono. Abbiamo posto le fondamenta della società catanese di domani»

IL FIORIRE DELLA COSCIENZA. Un cambio di paradigma che fa ben sperare, dunque, ma che rischierebbe di non risultare sufficiente senza un altrettanto radicale rinnovamento di pensiero: «L’apporto della Chiesa e delle diocesi – sottolinea Di Bella – è di fondamentale importanza. Non soltanto per la disponibilità di locali che le parrocchie potranno garantire per creare dei centri di aggregazione culturale che il più delle volte sono assenti nei quartieri a rischio, ma anche per portare avanti una vera e propria rivoluzione delle coscienze, sia per i ragazzi che per le loro famiglie». La collaborazione con gli enti ecclesiastici, infatti, è andata progressivamente rafforzandosi nel corso degli anni: «Sulla scia dell’adesione al progetto Liberi di scegliere, la CEI si è impegnata a dare indicazioni pastorali e dottrinali alle diocesi del territorio per contrastare il fenomeno della fascinazione mafiosa, attraverso cui la criminalità organizzata alimenta il proprio bacino. Bisogna intercettare i desideri e i bisogni di questi ragazzi». Ad ulteriore conferma dell’ineludibilità della missione, l’apporto decisivo dell’Università di Catania: «La creazione dell’Osservatorio è qualcosa di straordinario, anche in virtù del supporto dell’ateneo, che si impegnerà ad offrire delle borse di studio ai più bisognosi e a fornire consulenza scientifica per tutti quegli operatori che, direttamente sul campo, lavorano a contatto con i ragazzi. Il Rettore Priolo, poi, ha confermato che in cantiere ci sono dei progetti architettonici finalizzati alla riqualificazione di quei territori, sul versante culturale e propriamente urbanistico». Il tutto condito dalla possibilità di attingere ai fondi europei di cui l’Università è beneficiaria: «L’Osservatorio potrà così pianificare le proprie strategie. Le criticità rimangono importanti: passerà del tempo, è chiaro, ma le risorse e gli aspetti positivi su cui concentrarsi ci sono. Abbiamo posto le fondamenta della società catanese di domani».

«Tutti i nostri interventi hanno sempre l’intenzione di tutelare, mai di punire. L’unica cosa che vogliamo è risparmiare ai ragazzi la sofferenza del carcere o della morte»

LA SPERANZA OLTRE IL DESTINO. «Assicurare una concreta alternativa di vita ai soggetti minorenni provenienti da famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata o che siano vittime della violenza mafiosa e ai familiari che si dissociano dalle logiche criminali». Recita così uno stralcio del protocollo Liberi di scegliere, che, ripartendo da Catania, è pronto a diventare un punto di riferimento per la legislazione nazionale: «In Calabria abbiamo ottenuto risultati straordinari, con tanti ragazzi che si sono emancipati e hanno assestato un colpo decisivo ai sistemi criminali basati sulla famiglia. Il Protocollo verrà proposto a tutte le altre prefetture della Sicilia e verosimilmente anche ad altre del Mezzogiorno e non solo». Perché lo Stato è in debito con coloro che ha abbandonato: «Tutti i nostri interventi – conclude il magistrato – hanno sempre l’intenzione di tutelare, mai di punire. Non si dovrà mai parlare di confische o deportazioni, cosa di cui inizialmente sono stato accusato a Reggio, prima che tutti si rendessero conto che l’unica cosa che vogliamo è risparmiare ai ragazzi, che non hanno scelto dove nascere, la sofferenza del carcere o della morte».

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A CATANIA UN OSSERVATORIO SULLA CONDIZIONE MINORILE

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