«Gli esseri umani hanno bisogno di storie. Tutti noi ci nutriamo di storie. E non sarebbe concepibile una vita senza di esse, perché noi stessi siamo storie che camminano». Quella del fumettista messinese Lelio Bonaccorso per l’arte del narrare è una devozione che ha quasi il sapore del sacro. Se, del resto, c’è un narratore che negli ultimi anni ha saputo dare voce e sostanza visiva ad alcune vicende di straordinario valore che meritavano di essere rese note o addirittura dissotterrate dalle sabbie del tempo, questo è proprio lui. Dal reportage sui migranti Salvezza (Feltrinelli, 2018) realizzato sulla nave Aquarius in tandem con il fidato compagno sceneggiatore Marco Rizzo a Vento di libertà (Tunué, 2022), ultima opera in ordine di tempo  che ricostruisce, nel contesto dei Vespri Siciliani, la coraggiosa parabola delle eroine Dina e Clarenza – senza dimenticare le illustrazioni di Caravaggio e la ragazza (Feltrinelli, 2020), con la sceneggiatura di Nadia Terranova, che segue le peripezie messinesi del Merisi – non esiste opera in cui il nome di Bonaccorso non si leghi ad una profonda ed attenta ricerca di un significato da comunicare e tradurre in emozione.

Ma c’era forse, ancora, una storia che mancava all’appello: la sua. Un “vuoto” che è stato di recente colmato grazie alla raccolta Fiori di vento (Smasher Edizioni, 2022), nel quale l’artista messinese si è cimentato – o, come dice lui stesso, si è «messo a nudo» – nella complessa ma affascinante pratica della poesia. Un modo per avventurarsi lontano dalla propria comfort zone, certo, ma anche una necessità insopprimibile di scoprire sé stessi là dove la sensazione dell’ignoto è capace di svelarci delle verità che non avevamo ancora maturato. Di questo, dell’insospettabile rapporto che, pur nelle differenze, esiste tra disegno e scrittura e di tanto altro abbiamo discusso insieme con l’autore.

Da dove nascono l’esigenza di affidarsi al linguaggio poetico e la decisione di pubblicare il risultato di questa esperienza? Credi che la poesia ti consenta di mostrare qualcosa di te che è più difficile fare emergere con il fumetto?
«Sebbene fumetto e poesia abbiano in comune il parlare attraverso immagini e simboli, i versi riescono a scavare in te stesso fino a trovare, come in un pozzo, il segreto che sta sul fondo. Non c’è poesia senza segreto. Quando, tempo fa, scrissi le liriche che compongono il volume, non l’ho fatto con l’intenzione di renderle pubbliche. Si è trattato quasi di un flusso di coscienza e di emozioni che, per certi versi al di là della mia consapevolezza, guardate da lontano hanno assunto la forma di un mosaico. Poi qualcuno mi ha fatto che notare quell’arte sarebbe potuta tornare utile ad altri e così mi sono convinto che fosse il caso di farlo. Da lì ho aggiunto i disegni e il volume ha preso forma. Sono stati due i temi che mi hanno spinto a provare questa esperienza: la riflessione sull’esistenza dell’uomo e sulla sua disposizione a creare, da un lato; dall’altro, la centralità dell’amore come motore di ogni espressione umana».

In cosa, nel passaggio dalla rappresentazione fumettistica alla scrittura lirica, ti sei sentito più lontano da ciò a cui sei solitamente avvezzo? Quale è stata la difficoltà maggiore che hai riscontrato?
«Più che di difficoltà, parlerei di differenza. Quando mi dedico all’una piuttosto che all’altra, è come se a farlo fossero due persone completamente diverse. Solo che, a volte, a vincere è la necessità di andare oltre. E l’unico modo per farlo è dissolvere la forma, superarla. La poesia, a differenza del fumetto che è rappresentazione di una scena e in quanto tale rende tutto più complesso, mi ha permesso di fare questo. Mi ha permesso di andare oltre. Certo, autori come Gipi e Fumettibrutti si aprono completamente raccontando di sé stessi nelle loro opere, facendo qualcosa che si avvicina abbastanza alla poesia. Ma, in genere, quando scrivi un testo poetico, non puoi aggrapparti a nessun escamotage, non puoi farti schermo con i personaggi delle tue storie e dire che non corrispondono all’intimità dei tuoi pensieri. La poesia ti spoglia: rimani solo tu».

Eppure, nonostante la distanza esistente tra i due medium, c’è un filo conduttore che lega insieme queste espressioni del tuo essere. Non è un caso, del resto, che i tuoi due ultimi lavori mostrino già dai titoli, Fiori di vento e Vento di libertà, una sorta di affinità.
«La forza che li anima è la stessa. Mi rendo conto che il concetto del vento nelle mie opere sia abbastanza ricorrente, soprattutto nelle due che hai citato. Perché il vento richiama alla mente la corrente, la spinta. Richiama un particolare tipo di ricerca. Alcuni uomini, stabili come alberi, preferiscono condurla in profondità come radici che si ancorano al terreno. Altri, invece, spostandosi, andando a caccia di risposte che talvolta non si sa esattamente quali debbano essere. Come dei fiori di vento: costantemente sospinti, in esplorazione, condotti da queste folate che, per quanti giri e mutamenti possano fare, alla fine ritornano».

Una tavola tratta da “Vento di libertà”

Al contrario di quanto accade con la personalissima dimensione della poesia, nella realizzazione di un fumetto capita spesso di interfacciarsi con altri professionisti per la designazione del soggetto. Quale criterio o condizione deve rispettare una storia per convincerti che è quella giusta da raccontare?
«Di sicuro è un’operazione non immediata. Quando ti viene commissionata un’opera, oppure decidi di proporla agli editori insieme a qualcun altro, bisogna sempre trovare un compromesso. Questo aspetto può rappresentare un vantaggio, perché magari condividi idee e suggestioni, ma anche una limitazione rispetto a qualcosa che vorresti esprimere e non ti è possibile farlo. Alla fine, credo che il principio sia: non puoi scrivere nulla se non hai nulla di dire. Ma che succede quando, come sta accadendo in Italia, tutti pensano di avere qualcosa da dire e l’offerta di opere scritte è superiore alla richiesta? C’è chi sa ascoltare? Dove sono, quanti sono e cosa vogliono i lettori?».

Il tema del calo di lettori, dovuto in parte a ritmi di vita sociale sempre più serrati, è certamente una criticità di non poco conto. Da questo punto di vista, credi che il fumetto, con la sua capacità di sintesi, si presti a riavvicinare quel tipo di utenza al mondo della lettura?
«Il fumetto, per un pubblico che ha mancanza di tempo, è ideale perché rapido. A volte anche troppo, e lì bisogna trovare il limite, saper gestire i ritmi. Ad ogni modo, è innegabile che il fumetto stia attraendo a sé una fetta sempre crescente di lettori che provengono dal mondo della letteratura. Penso, d’altro canto, che sia perfettamente in linea con i temi che sono a cuore ai lettori contemporanei».

In effetti, basta scorrere le classifiche di vendita per rendersi conto che, trainati dal fenomeno dei manga, i fumetti siano costantemente in vetta alle preferenze, soprattutto dei più giovani.
«Credo che gli autori giapponesi, più di noi occidentali, riescano a rispondere alle esigenze degli adolescenti e, di conseguenza, a raggiungere grandi numeri. Se ci pensiamo, i personaggi dei manga sono tutti in transizione, si trasformano, incarnano il cambiamento, fin dai tempi di Ranma o Dragon Ball. Cos’è un adolescente se non questo? Un individuo in attesa di scoprire quello che è. Non si spiegherebbe altrimenti il divario attuale tra i manga e il resto della produzione fumettistica».

Come ha impattato questa crescente considerazione acquisita dal fumetto sul rapporto che gli autori, in Italia, hanno con gli editori?
«Il fatto che grandi editori come Feltrinelli – che il 2 settembre farà di Salvezza il primo fumetto incluso nella Universale Economica – ed Einaudi abbiano collane dedicate solo ai fumetti fa intendere che ormai li ritengano a pieno titolo parte integrante della loro offerta. Nonostante questo, io che lavoro principalmente sul mercato francese posso dire che in termini di vendite, rapporto professionale con gli autori e retribuzione il paragone ancora non regge. Tuttavia, negli ultimi dieci anni sono stati fatti decisi passi in avanti: la strada è lunga, ma i miglioramenti si notano».

In questo ultimo periodo, la tua città, Messina, anche grazie alla dedizione con cui valorizzi i talenti emergenti, sta conoscendo una notevole fioritura di giovani artisti del fumetto. Cosa vedi all’orizzonte per questi ragazzi?
«Mi piace definirla un’avanguardia. Un movimento di persone, tra i 20 e i 40 anni, che prima era frammentato e che adesso sta salendo alle luci della ribalta unendo le forze. Stiamo creando una sorta di studio di fumettisti e illustratori, un piccolo spazio che verrà inaugurato a settembre con l’idea di diventare una sorta di centro culturale attorno al quale la gente possa radunarsi e scambiarsi idee. Quello che sto cercando di fare nel mio piccolo è semplicemente mettere insieme le persone. Tutto il resto verrà da sé. Oltretutto, sono convinto che le passioni di questi ragazzi si combinino perfettamente con il grande patrimonio storico e culturale della Sicilia, al punto da diventare un’opportunità di narrazione che vada oltre ogni stereotipo. Ultimamente mi capita spesso di dire che, tra qualche anno, Netflix e Amazon verranno qui da noi a cercare delle storie. Il racconto, insomma, può diventare anche vettore economico. In una terra dove le persone continuano ad andarsene, noi vogliamo e possiamo fare in modo che restino».

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