Uno strumento per provare a entrare nel mistero dell’umano: è sempre stata questo l’idea della macchina fotografica per Lisetta Carmi, fotografa genovese, 96 anni, che dopo aver subito il dramma delle leggi razziali, ha rivolto la sua attenzione verso gli umili, i diversi, i poveri, gli emarginati per dare loro voce e provare a comprendere la complessità della realtà.

Lisetta, classe 1924, dopo una brillante ascesa da pianista, un giorno del 1960 decise di abbandonare la musica. Era stata messa in guardia dal suo maestro sul pericolo di farsi male e rompersi le mani se avesse deciso di scendere in piazza per sostenere i portuali nelle manifestazioni che in quel periodo animavano la città di Genova. Lei rispose che se le sue mani erano più importanti del resto dell’umanità, allora avrebbe smesso di suonare il pianoforte e così fece. Fu allora che iniziò la sua nuova vita da fotografa. I primi scatti risalgono a un viaggio in Puglia raccontando con le sue foto i volti dei bambini, le strade strette e le case bianche. I suoi amici ne furono entusiasti, la paragonarono a Cartier-Bresson che molti definivano il “fotografo arciere”, per la velocità con cui “rubava” l’immagine e la rendeva unica e irripetibile.

Studiò da sola la tecnica fotografica e il padre la sostenne regalandole una Leica M2 con tre obiettivi: un 35, 50 e 90 mm. Iniziò lavorando come fotografa di scena per il Teatro Duse di Genova: dal 1962 per tre anni. Il Comune di Genova commissionò alla Carmi un servizio sulle nascite all’ospedale di Galliera. Il 19 ottobre 1965 scattò una sequenza di immagini che documentavano le fasi del parto di una giovane donna. La vita, nella sua più naturale bellezza, è venuta al mondo emozionando in quelle immagini dirette, frontali, senza retorica. «Ho sempre lavorato per capire la vita. Delle fotografie non me n’è mai fregato niente». Ha affermato più volte Lisetta. Si considerava, infatti, con grande umiltà, più simile a un’antropologa che a un’artista: fotografava per documentare. Non chiedeva a nessuno di mettersi in posa perché voleva conservare la spontaneità e l’unicità di soggetti spesso e volentieri in difficoltà e ai margini.

«Si ritiene che una fotografia debba nascere prima di tutto nella testa, ma in tanti anni che ho fatto foto non ho mai “pensato” un’immagine»

Sempre guidata dalla ricerca della verità e dall’amore per gli esseri umani, Carmi ha fotografato con libertà senza aderire a un genere o a uno stile preciso. Il suo tratto inconfondibile è sicuramente l’utilizzo di un linguaggio lucido ed empatico, ma mai pietistico. I suoi sono sempre progetti ben definiti, racconti precisi e sinceri che hanno raccolto la meraviglia dell’umanità, dando voce a tutti coloro che subiscono le ingiustizie di questo mondo. In una recente intervista ha dichiarato: «Qualcuno ritiene che una fotografia debba nascere prima di tutto nella testa, ma io posso dirvi che in tanti anni che ho fatto foto non ho mai “pensato” un’immagine. Certamente avevo delle idee, ma sono sempre arrivata nei luoghi, mi sono guardata intorno, ed ho fotografato quello che c’era! Ho sempre cercato di fotografare l’anima delle persone e non solo il loro viso. Ho sempre cercato di fare in modo che una foto dicesse tutto quello che c’era da dire senza dover aggiungere altro».

Le fotografie che hanno reso celebre il lavoro di Lisetta Carmi sono senz’altro le meravigliose immagini raccolte negli anni trascorsi con la comunità di travestiti dell’antico ghetto ebraico di Genova. Lo stesso quartiere e gli stessi travestiti di cui il cantautore Fabrizio De André ha raccontato nelle sue eterne canzoni. Il lavoro di Lisetta iniziò la notte di San Silvestro del 1965, quando con un amico festeggiò l’inizio del nuovo anno in via del Campo, lì c’erano le vecchie case affittate per la prostituzione. A partire da quella sera, in cui scattò diverse foto che donò ai suoi nuovi amici, nei successivi cinque anni condivise tutti i momenti della loro quotidianità, presa unicamente dalla voglia di conoscerli e aiutarli. Quegli anni trascorsi con i travestiti genovesi furono anche un’occasione per risolvere un problema d’identificazione che tormentava Lisetta, lei che sin da bambina ribelle a sei anni disse che non si sarebbe mai sposata, perché padroni non ne voleva. Quell’esperienza con i travestiti le permise di capire che «non esistono gli uomini e le donne, esistono gli esseri umani» e tutti devono essere rispettati. Oggi è un volume raro e pregiato, finalmente riconosciuto come uno dei libri fotografici italiani più importanti di sempre.

Nel 1977 un altro volume prese vita, si trattava di Acque di Sicilia, un libro sui percorsi d’acqua dell’isola con i testi di Leonardo Sciascia

Un’artista anticonvenzionale e libera, Lisetta, ha viaggiato e fotografato tanto, prima di stabilisti a Cisternino (Puglia) dove ha fondato l’Ashram di Babaji secondo la religione indiana; ha visitato l’India, Israele, Pakistan, Nepal, Afghanistan, Venezuela, Colombia, Messico, documentando le contraddizioni della società, ma soprattutto la bellezza e la forza vitale di chi è sfruttato dalla classe dominante, la stessa incapace di comprendere tale poesia. Sulla foto scelta, lei stessa racconta: «In India sono andata perché il grande maestro indiano Babaji mi ha chiamata e da quando l’ho incontrato è diventato il centro della mia vita. Era affascinato dal mio essere fotografa. Un giorno mi sono recata nelle cosiddette “scuolette”, scuole rurali allo stesso tempo povere, ma belle, dove gli alunni, divisi tra maschi e femmine, erano seduti a terra intenti a disegnare su supporti con dei rametti raccolti dagli alberi». Nel volto pensieroso del bambino in primo piano c’è tutta la sofferenza, la difficoltà di portare avanti i propri sogni, ma anche la caparbietà di non mollare. Studiare è investire sul proprio futuro. Lo sguardo degli altri studenti non lascia dubbi di sorta. Bisogna fare il possibile per raggiungere certi obiettivi importanti della vita. Nessuno dei 10 alunni della foto guarda la macchina fotografica. La Carmi è riuscita a non farsi notare e con i bambini non è per nulla semplice.

Nel 1977 un altro splendido volume prese vita, si trattava di Acque di Sicilia, un libro di ricerca sui percorsi d’acqua dell’isola, accompagnato dai testi di Leonardo Sciascia. Lisetta più che sul paesaggio ancora una volta si concentrò sull’umanità di quei luoghi: ha raccontato gli abitanti nella loro quotidianità, le vite degli uomini e delle donne, il tutto immerso in quell’atmosfera sospesa dalla luce accecante del Sud. In una sua recente intervista Lisetta ha dichiarato di apprezzare molto la sua condizione di 96enne. «La mia grande ricchezza è stata amare quello che fanno gli esseri umani. Adesso che sono così vecchia apprezzo il silenzio e la solitudine; amo stare da sola, seduta in poltrona o sdraiata a letto. Inoltre lavoro, scrivo tantissime lettere, ma mi piace sempre la solitudine».

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