Luciano Panama, medico-rocker:
«Il mio ponte sonoro fra lo Stretto e il mondo»

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Il cantautore pubblica il video “Messina guerra e amore”, dichiarazione di odio e di affetto alla sua città, terzo singolo tratto da “Piramide”, il suo album di debutto come solista. Dal capoluogo peloritano ogni giorno fuggono 10 giovani: «È una città vuota, senza identità, dove nessuno torna», spiega l’Enzo Jannacci siciliano trasferitosi a Milano

“Messina che non fa per te, Messina che si volta e ingoia, Messina che è complice, è complice della sua storia Messina che vuol vivere Messina che non si abbandona”, canta Luciano Panama nella canzone “Messina guerra e amore”, una sorta di dichiarazione di odio e di amore alla sua città, terzo singolo tratto da “Piramide”, il suo album di debutto come solista tra rock e canzone d’autore. Un brano intenso, intimo, profondo, scarno ma ricco di tensione e di chiaroscuri, diventato anche un video sulla sua città, ambientato tra il porto e la stazione, a simboleggiare il contrasto tra il legame con la propria terra e, nello stesso tempo, il bisogno, l’esigenza, la necessità di attraversare quella striscia di mare che divide la Sicilia dal “continente” per cercare altrove quelle opportunità che una «città vuota e senza personalità non riesce a darti».

«La gente va via perché Messina è una città che non è una comunità ma una sommatoria di realtà e di singoli disgregati, senza alcun filo che li lega. Al contrario di Catania o di Palermo, qui si parte e non si torna. Chi ha successo, vedi Nino Frassica, resta dov’è»

Dagli inizi del nuovo millennio Luciano Panama ha condotto le sue battaglie per cercare di dare una scossa culturale a una città apatica, spenta, senza un’anima, priva di una imprenditoria illuminata, di operatori culturali, di una stampa incisiva, in balìa del malaffare e della corruzione. Il “verminaio Messina”, secondo il ritratto delineato dalle inchieste che via via hanno interessato i centri nevralgici della città, dal Comune all’Università. Alla soglia dei 40 anni, anche lui, il Don Chisciotte dello Stretto, è salito sul traghetto per seguire le orme di tanti messinesi che hanno abbandonato la città.

È un traghetto che continua a riempirsi di ragazzi tra i 18 ed i 30 anni, che non risparmia neppure i quarantenni. Sono dieci al giorno i giovani che lasciano Messina, al secondo posto nella classifica nazionale delle città che hanno perso più ventenni dal 2008 a oggi. «Le storie di ragazze e di ragazzi che hanno fatto la valigia, andati via per studio o per lavoro, la gran parte dei quali non tornano più in riva allo Stretto, è la parabola che tratteggia le potenzialità affossate di una città che potrebbe essere protagonista e che è stata relegata dalla politica (ma non soltanto) a un ruolo marginale, quasi di confine e di transito», sottolinea con amarezza Luciano Panama. «La gente va via perché Messina non ha un’identità ed è una città che non è una comunità ma una sommatoria di realtà e di singoli disgregati, senza alcun filo che li lega. Al contrario di Catania o di Palermo, qui si parte e non si torna. Chi ha successo, vedi Nino Frassica, resta dov’è, non contribuisce alla rinascita della propria città. E la storia insegna che dove non c’è identità non ci può essere un domani. Manca quel forte legame al territorio in grado di fare la differenza».

Dottore con la passione della musica, una sorta di Enzo Jannacci siciliano, dopo aver lavorato per sette anni in ospedale, ha scelto di svolgere il più oscuro e pericoloso lavoro di medico di guardia nelle ore notturne: «Così di giorno posso essere libero e dedicarmi alla musica»

Luciano Panama ci ha provato. Con la musica. Sperando di gettare un ponte sonoro tra Messina e il mondo. «Credo in una musica che apre delle porte nelle quali qualcuno vuole entrare» è il suo intento. Dottore con la passione della musica, una sorta di Enzo Jannacci siciliano, dopo aver lavorato per sette anni in ospedale, ha scelto di svolgere il più oscuro e pericoloso lavoro di medico di guardia nelle ore notturne: «Così di giorno posso essere libero e dedicarmi alla musica». Nel 2000 ha messo su una band, gli Entourage, e a suon di rock ha tentato di infrangere il muro di gomma. «Qualcosa si è mosso» racconta. «Nel 2004 è nato il “Cinquequarti”, il primo spazio libero a ospitare concerti, diventato ora il Retronouveau, uno dei luoghi più importanti per fare e ascoltare musica». Gli Entourage riuscirono anche a conquistarsi un po’ di notorietà nazionale vincendo l’ultima edizione di Arezzo Wave. «Si creò un movimento musicale, sulla nostra scia cominciarono a formarsi diverse band in una città che è ricordata soltanto per i Gens negli anni Sessanta e poi per i Kunsertu, che però condividiamo con Catania». Troppo poco. Senza sbocchi, la storia degli Entourage si chiude nel 2014.

Luciano Panama
Luciano Panama

Luciano Panama non si arrende. «Seppur lentamente, la città adesso comincia a dare segnali di cambiamento», continua il medico rocker. «Sono nati piccoli teatri, qualche libreria organizza incontri» per leggere quelle poesie con le quali Panama ha sostituito i voluminosi testi di medicina. «Attraverso la poesia sperimento un linguaggio nuovo. Adoro quello così semplice e diretto di Franco Arminio nel suo libro “Cedi la strada agli alberi, poesie di amore e di terra”: è capace di arrivare a tutti».

A questa crescita contribuisce Luciano con il progetto “La città sommersa”: due palchi aperti a tutte le giovani di band, senza distinzione di genere o stile, purché vogliano partecipare a dare una scossa a Messina. È l’unico motivo (oltre alla compagna) che lo riporta nella sua città. «Adesso vivo a Milano, qui è nato il mio prossimo album. Milano è una città capace di amplificare quello che tu fai». Una città nella quale trovare quegli studi, quelle etichette, quei fermenti culturali che Messina non offre.

«Panama perché è il mio cognome e perché nella capitale sudamericana c’è uno Stretto fra due mari e c’è un importante porto. Piramidi, per la storia, il fascino, il mistero, la spiritualità, la cultura, la metafisica che questi templi possiedono»

Il sogno è sempre quello di tornare e di vedere dal traghetto che salpa da Villa San Giovanni uno skyline simile a quello della Città di Panama raffigurato sulla copertina dell’album “Piramidi”. «Panama perché è il mio cognome e perché nella capitale sudamericana c’è uno Stretto fra due mari e c’è un importante porto. Piramidi, per la storia, il fascino, il mistero, la spiritualità, la cultura, la metafisica che questi templi possiedono» spiega Luciano al telefono da Milano. «Durante il tour di “Piramidi”, che ho portato in giro per l’Italia, mi sono reso conto di quanto Messina possieda una sua energia ma anche di quanto questa stessa energia spesso si disperda piuttosto che concretizzarsi. “Messina guerra e amore” è una fotografia di tutte quelle sensazioni che la città trasmette a chi vorrebbe vederla crescere ed evolversi e spero che la mia generazione trovi la voglia, l’impegno e la determinazione per portare avanti questo obiettivo e per far sì che Messina diventi una città di cui ci si torni ad innamorare».

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