«Ogni essere umano che fotografo ha un fascino immenso, non mi sono mai annoiata a registrare in uno scatto la meraviglia della realtà». Marcella Pedone, 102 anni compiuti il 27 Aprile scorso, non ha dubbi: per rimanere giovani dentro bisogna mantenere uno sguardo capace di intercettare «la bellezza di ogni essere umano nel fascino dell’incontro». Nata a Roma da genitori toscani, ma milanese d’adozione, la Pedone ha trascorso oltre cinquant’anni della sua vita girando l’Italia fotografando lo splendore della penisola in lungo e in largo. È stata la prima fotografa freelance donna in Italia, una grande pioniera, nonché anticonformista e ricercatrice, una instancabile lavoratrice con un occhio sempre attento agli ultimi.

Era solita esplorare il nostro Paese con estrema curiosità, approdando in piccoli comuni, immortalando paesaggi di mare e di montagna. La sua automobile verde, con annessa roulette che le consentiva di fermarsi laddove ritenesse ci fosse qualcosa che meritava di essere immortalato, è diventata il simbolo della profondità del suo sguardo.

E dire che il suo sogno originario non era quello di diventare una fotografa. A Milano studia al conservatorio, poi si sposta a Venezia per il corso di lingue e poi ancora si trasferisce in Libano con l’intenzione di diventare maestra. La svolta, tuttavia, avviene in seguito ad un viaggio a Norimberga. Per acquistare la sua prima Rolleiflex per un mese si reinventa come lavapiatti. Ogni volta che acquistava uno strumento, si preoccupava che fosse il migliore disponibile: solo con un’attrezzatura all’altezza avrebbe potuto consegnarci immagini di pregio. La Pedone, del resto, è sempre stata una perfezionista: amava fare dei sopralluoghi, confondersi con gli abitanti del posto e assorbirne le abitudini.

Torna in Italia all’inizio degli anni Sessanta con la sua roulotte e la Ferrania, l’azienda ligure produttrice di pellicola a colori, le affida il compito di raccogliere materiale per le sue campagne promozionali sia in immagine fotografica che in pellicola.  Diventa così una delle prime documentariste europee. La Ferrania non utilizzò mai quei filmati, che ad ogni modo rappresentano comunque una Preziosa testimonianza di un mondo profondamente mutato. Lei stessa, a tal proposito, ebbe a dire: «Non sapevo, allora, di girare le ultime testimonianze di un mondo che stava scomparendo. Adesso lo so». Il mercato dell’aglio a Trecastagni, durante la Festa dei tre Martiri, Il Giardino incantato di Filippo Bentivegna a Sciacca, la mattanza del tonno a Mazara del Vallo e il lavoro nelle miniere siciliane sono 4 esempi di eventi che rimandano ad un mondo ormai in via di estinzione.

Proprio dal reportage sulle zolfare è tratto lo scatto che analizziamo in questo appuntamento della rubrica. Marcella Pedone lo racconta così: «L’immagine riproduce il grande sforzo fisico che fanno questi due minatori, si vedono le vene ingrossate per l’enorme fatica prodotta in un ambiente con una temperatura che superava i 44 gradi. Il sudore cola a dismisura. L’aria era irrespirabile. È stata l’ultima miniera siciliana, una settimana dopo è saltata per aria». Scattata alla fine degli anni Sessanta nell’agrigentino con la sua Rolleiflex, Marcella non cura la tecnica nella realizzazione della foto, il buio è quasi totale, c’è solo la luce di una piccola lampada. Sicuramente non riesce neppure a mettere a fuoco dalla macchina fotografica. Punta chiaramente a registrare la condizione impossibile nella quale i minatori lavorano a rischio della vita. Vuole farci immedesimare nel sacrificio immane che tanti uomini in Sicilia hanno fatto per guadagnare quel che poco che servisse a far sopravvivere la propria famiglia. Non solo. Immortala l’eterno conflitto tra uomo e natura soffrendo anche lei in quella cava di zolfo, avvertendo la mancanza del respiro e camminando tra i cunicoli, insieme a uomini e bambini stremati dalla fatica. 

Al centro delle sue denunce fotografiche non ha mai dimenticato di mettere le donne e la loro fatica: dalle contadine calabresi che tornavano a casa dalla giornata di lavoro sedute sul dorso di un asino con i bambini piccoli appollaiati dentro ceste di vimini, passando per le lavandaie di Pavia, le mondine, le cantanti ambulanti. E per prima ha sperimentato la discriminazione di genere all’interno di un settore che non lasciava spazio alle donne. «Le case editrici appaltavano i lavori solo agli uomini – ha raccontato in un’intervista – le grandi aziende diffidavano di una donna che viaggiava senza un maschio vicino. Se eri femmina e spericolata come me le porte del fotogiornalismo si chiudevano. Poco consolava il fatto che tutti riconoscevano che ero brava, non contava. Una volta in un paesino lucano le signore del luogo mi invitarono a confessarmi dal prete. Sbigottita chiesi perché e loro risposero: “Perché porti l’automobile da sola”. Per loro era peccato».

Nel 2017 Marcella, appena compiuti 99 anni, ha donato al Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia di Milano tutte le sue immagini, 170mila scatti, insieme alle macchine fotografiche Rolleiflex, Hasselblad, Mamya e Nikon utilizzate per produrle.

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