Nel Museo del calcio siciliano di Nino Donia il tempo si ferma davanti a una fotografia
Nato durante il Covid, raccoglie oltre 6.000 immagini, più di 400 maglie e i frammenti di una storia sportiva che continua a emozionare. Giganti come Franco Baresi e Totò Schillaci lo hanno visitato, ex sportivi rimangono sorpresi nel trovare una delle proprie foto d’epoca, mentre sempre più turisti si soffermano a osservare i cimeli di uno sport – e di un mondo – profondamente cambiato. Quel mondo che, con questa sorta di viaggio nel tempo, il suo ideatore tenta di custodire in nome di una passione che lo accompagna da una vita: «In passato, si viveva questo sport in modo diverso. Non lo faccio per scopo di lucro: ma solo per amore»
Non hanno voce, le immagini. Eppure, talvolta, il richiamo a fermarci dinanzi a loro spesso è così forte da sembrare quasi un obbligo. Magari perché ritraggono un volto dimenticato, una maglia che non esiste più, un compagno di squadra che oggi ha i capelli bianchi e una vita intera alle spalle. Nel Museo del calcio siciliano concepito e realizzato da Nino Donia, nella piccola località di San Piero Niceto, nel messinese, accade proprio questo: oltre 6.000 fotografie attraversano decenni di sport, restituendo al calcio la sua dimensione più umana, fatta di campi di provincia, amicizie, sacrifici e passioni capaci di resistere al tempo. Un patrimonio che racconta le imprese dei calciatori e, nel frattempo, conserva anche ciò che spesso rischia di scomparire: i ricordi di chi, lontano dai riflettori della Serie A, ha vissuto il pallone come una parte essenziale della propria esistenza.
LA PASSIONE CHE DIVENTA RICORDO. «Qualcuno si emoziona, qualcun altro si mette persino a piangere» racconta Donia, ex calciatore appassionato che oggi, a 81 anni, rivive ogni giorno i ricordi di una vita spesa su campi polverosi sparsi nell’isola. Succede quando i visitatori riconoscono un personaggio fafmiliare, quando un ex giocatore si ritrova davanti a un’immagine di sé da ragazzo, quando il passato smette di essere qualcosa di lontano e torna, per qualche istante, a essere presente. «Guarda come erano prima», è la frase che viene pronunciata più di frequente. E in quelle parole c’è la consapevolezza che una fotografia possa custodire qualcosa che la memoria, da sola, non sempre riesce a trattenere.

Il museo nasce nel 2020, in piena pandemia, quando le restrizioni costringono a ripensare anche gli spazi e le abitudini quotidiane. L’idea, però, non arriva all’improvviso: prende forma e sostanza da anni vissuti tra spogliatoi e panchine, prima da giocatore e poi da allenatore, senza mai farne una professione. «Lavoravo con mio padre, facevo il fabbro. Il calcio era una passione», spiega Donia, che ha cominciato a giocare a 17 anni, dopo le partite improvvisate in strada, quando per divertirsi bastava anche una calzetta riempita di stracci e trasformata in pallone. Durante il lockdown decide di dare una casa ai ricordi accumulati negli anni. Svuota il garage, sposta ciò che occupava lo spazio e comincia a sistemare le fotografie. Poi arrivano gli ex compagni, gli amici, i calciatori e le persone che, venute a conoscenza del progetto, scelgono di contribuire con cimeli e testimonianze. «Man mano che la notizia si diffondeva, diversi amici con cui ho condiviso momenti di campo mi portavano le foto. Per esempio, Di Palma (Vincenzo, ex portiere e preparatore, ndr) mi ha portato tante magliette, tra cui quella di Taffarel, grande portiere del Parma e della Nazionale brasiliana negli anni ‘90», ricorda. Quello che inizialmente avrebbe potuto sembrare un piccolo spazio personale diventa così una raccolta sempre più ampia, alimentata da una rete di relazioni e da una passione condivisa. Oggi il museo custodisce oltre 400 maglie, in gran parte legate alle squadre siciliane, insieme a palloni, scarpe e altri oggetti che raccontano un calcio profondamente diverso da quello contemporaneo. Ci sono anche cimeli di rilievo, come un pallone del Manchester United degli anni Cinquanta, donato da un dirigente sportivo catanese, e una divisa della Sampdoria degli anni Sessanta, tra i ricordi a cui Donia è più affezionato. Tra le visite più significative, quelle di nomi noti del pallone, da Franco Baresi a Totò Schillaci. Ma il valore del museo non si misura soltanto attraverso i personaggi che ha ospitato: è nella cura con cui ogni oggetto viene conservato, nel legame che unisce chi dona un ricordo a chi lo riceve, nella possibilità di ricostruire una storia collettiva partendo da una singola immagine.

FERMARSI A GUARDARE IN UN MONDO CHE CORRE. In un presente in cui si scattano fotografie in continuazione, spesso per condividerle subito e dimenticarle poco dopo, il museo di Donia sembra andare nella direzione opposta. Qui le immagini sono stampate, esposte, raccolte una accanto all’altra. Non scorrono sullo schermo con un movimento del pollice, ma chiedono tempo: quello necessario per riconoscere un volto, leggere un dettaglio, domandarsi che cosa sia accaduto dopo quello scatto. È un’esperienza che colpisce: «Visitatori e turisti rimangono colpiti soprattutto dagli oggetti che rappresentano le squadre siciliane… guardano le foto, riflettono su quanto le magliette, i vestiti, le scarpe di una volta siano molto differenti. Certe immagini sono rare perché non tutti avevano la cultura della conservazione», racconta Donia, riportando le reazioni di chi visita il museo. E poi c’è un filo conduttore che attraversa tutto lo spazio espositivo: «Il calcio di una volta, il modo in cui veniva vissuto. Ora è tutto diverso». Non è necessariamente un giudizio sul presente, quanto la testimonianza di un mondo che rischia di restare confinato al racconto verbale, se non rimangono oggetti e fotografie capaci di restituirgli concretezza.
Per visitare interamente la raccolta, racconta il fondatore, qualcuno gli dice che «servirebbero anche due o tre giorni». Lui, intanto, continua a tenere aperto il museo, accogliendo turisti, appassionati ed ex giocatori, senza averlo mai concepito come un’attività commerciale: «Non lo faccio per scopo di lucro, lo faccio per passione e per amore del calcio». La stessa passione che lo spinge ancora, ogni fine settimana, ad andare a vedere una partita nei paesi vicini. E che riporta inevitabilmente a uno dei ricordi più cari: «Negli anni ‘60, quando avevo 18 anni, giocavo nel Giammoro, in Terza Categoria, e dovevamo sostenere lo spareggio con il Santa Marina a Messina, all’Arsenale. La partita era fissata per le 11:00 del mattino, di sabato, ma io non riuscivo a dormire per l’emozione e così all’alba mi avviai a piedi. Il presidente della mia squadra mi trovò a dormire davanti alla sua porta!». Quella partita gli avrebbe regalato il suo primo campionato vinto. È anche da ricordi di questo genere che prende vita il museo: da una passione nata sui campi di provincia e diventata, con il tempo, un archivio di vite. Perché certe fotografie non servono soltanto a ricordare ciò che è stato, ma a farci sentire, ancora una volta, parte di quella storia.
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