Il momento del mio ritorno in Sicilia, tanto atteso da due anni, non poteva che essere un giorno felice. Due anni di pandemia mi hanno rinchiusa in casa in Polonia, impedendomi di viaggiare quasi completamente. Eppure, il 23 febbraio, quando finalmente sono salita in aereo, tutto il mondo era già cambiato. Nella mia valigia avevo messo una grande bandiera ucraina, mentre lasciavo i miei cari con il cuore colmo di preoccupazioni e paure, perché il futuro dell’Europa e quello del pianeta intero sembravano in quel momento oscurati da una nube di incertezza. «Esisterà ancora il mondo che conosciamo?», pensavo tra me e me. Quello senza la guerra globale, con un cielo blu, i boschi verdi, i canti degli uccelli, i giorni accanto alla persona che amo, le vacanze spensierate, i progetti lavorativi, le serate in tranquilla compagnia, le cene in famiglia. Tutte cose che per i miei fratelli ucraini non esistono più. 

RISVEGLIO SOLIDALE. In Polonia questa grande paura è condivisa da tutti. I bambini non vogliono andare al nido, temono che anche lì possano cadere le bombe. E poi, da quando le truppe russe sono riuscite a penetrare nel territorio ucraino raggiungendo Černobyl, è aumentata anche la preoccupazione per un nuovo disastro nucleare. Ho lasciato dietro di me un Paese in emergenza. La Polonia, però, nonostante il Governo tacciato di anti-europeismo, le politiche di esclusione e di chiusura, i problemi del sistema giudiziario cui sono seguite le sanzioni europee, è improvvisamente cambiata, dimostrandosi unita e solidale come non accadeva dai tempi della svolta finale di Solidarność, nel 1989.

Le persone da tutta la Polonia offrono ospitalità nelle proprie case, ma anche un mezzo di trasporto per allontanarsi dal confine

AIUTI CONCRETI. Già il 24 febbraio scorso un gruppo di attivisti polacchi ha dato vita su Facebook alla community “Pomoc dla Ukrainy: Допомога Україні” (L’aiuto per Ucraina), a cui hanno fatto ben presto seguito altre realtà sparse sul territorio. Come spiegano i creatori: è questo il momento in cui bisogna chiedersi quanto possiamo fare per il nostro prossimo. Le persone da tutta la Polonia offrono ospitalità nelle proprie case (al 7 marzo sono oltre un milione i profughi a cui il mio paese ha offerto rifugio)  ma anche un mezzo di trasporto per allontanarsi dal confine. Rispondono direttamente alle richieste di chi è in fuga: Oksana chiede un aiuto per quattro persone (mamma con due figlie e nonno), Lily, invece, ha con sé un bambino di cinque mesi. «Vieni da noi a Varsavia. Anche noi abbiamo un bambino di un anno – risponde Katarzyna – quindi c’è tutto il necessario per un neonato». «Vado a prendere direttamente al confine una famiglia ucraina e la porto in un qualsiasi posto della Polonia», è invece l’offerta di un’altra volontaria. Diversi gruppi, alcuni di carattere internazionale come Support Ucraine, attivi su social come Telegram o sul sito polacco ukraina.services, offrono la possibilità di inserire un annuncio ed essere contattati dalle persone in difficoltà. Per le macchine con targa polacca, in Ucraina si istituisce un apposito corridoio stradale veloce, con cui è possibile superare l’ingorgo di 70 chilometri prima di arrivare a Medyka e oltrepassare così il confine.

MACIEJ E I PROFUGHI. Storie che sembrano incredibili, come quella di un mio amico polacco originario di Rzeszów che ho conosciuto per caso tempo fa in una spiaggia catanese: parlavamo spesso del suo amore per la Sicilia, dove sperava di tornare per un soggiorno più lungo. Maciej ancora un mese fa pianificava di venire per tre mesi e lavorare a distanza da qui, ma ora ha scelto di rimanere in Polonia e di aiutare i profughi offrendo loro passaggi in macchina. Giovedì scorso – mi ha raccontato – dall’aeroporto Cracovia Balice ha accolto una coppia proveniente da una città sotto assedio e distrutta. I due, a metà febbraio, erano partiti in vacanza per Zanzibar e, tornati in Polonia qualche giorno fa, si sono trovati nella condizione di non poter più raggiungere la loro casa. Così hanno chiesto ospitalità per una notte ai genitori di Maciej. Poi, utilizzando un trasporto organizzato sono tornati in Ucraina, nella disperata speranza di poter recuperare attraverso il “corridoio verde” i loro tre figli, due dei quali, di 7 e 12 anni si trovano costretti a vivere insieme alla nonna in un rifugio sotterraneo. 

UNA NUOVA EUROPA. Mentre mi trovo a Catania, guardo sempre la bandiera blu e gialla che ho appeso alla ringhiera della terrazza: le notizie che arrivano a volte sono davvero terrificanti. Ma ce ne sono anche alcune che in qualche modo mi consolano, perché testimoniano la vittoria del bene sul male: i soldati russi che abbandonano i loro carri armati, le persone che donano il sangue per i feriti o che, semplicemente, accendono candele per la pace,  i cittadini russi che protestano per strada nel loro paese. La guerra, che paradossalmente ha avvicinato l’Ucraina all’Europa, ha unito anche i cittadini dell’Unione, contrariamente a ciò che si aspettava Putin. Quella stessa Unione che per 20 anni si è mostrata priva di compattezza e solidarietà, grazie al dittatore russo (amara considerazione) si è riunita e consolidata come mai prima. Abbiamo imparato che solamente tutti insieme possiamo difendere il mondo e i valori in cui crediamo. Se c’è ancora qualcosa che possiamo fare, è necessario che si faccia, anche a costo di sacrificare la nostra comodità.

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