«La giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore, amore verso il prossimo e verso Dio, ma verso il prossimo in quanto immagine di Dio, quindi in modo non riducibile alla mera solidarietà». A più di 30 anni da quel tragico 21 settembre 1990 in cui perse le vita per mano della mafia, le parole del giudice Rosario Livatino, che domenica sarà beato, non accennano a perdere di profondità. Scaturiscono da un uomo che ha consacrato la vita alla giustizia, che sul volto ha sempre mantenuto un’incrollabile fede.

UN ESEMPIO PER TUTTI. “Non chiamatelo ragazzino” (Edizioni Paoline, 2021) è il titolo del libro scritto da Marco Pappalardo, docente di lettere presso l’istituto “Majorana-Arcoleo” di Caltagirone che, viaggiando tra i ricordi della giovinezza, la casa e gli oggetti cari al giudice, racconta la sua storia ai più giovani (e non solo), perché possa servire da esempio e modello “alto” verso cui tendere, e perché il suo sacrificio non venga dimenticato. «La mia intenzione mentre scrivevo il libro – racconta l’autore – era quella di fissare la figura di Livatino dando valore da un lato alla sua persona come uomo di fede, e dall’altro lato a quella di servitore dello stato e della giustizia. Ma il libro intende dare anche un’altra visione: mostrare una figura esemplare a 360 gradi. Quella di un figlio, uno studente, un amico, un lavoratore attento e preciso che compiva sempre il proprio dovere».

TRA LE STRADE DI CANICATTÌ. A parlare sono la sua città, Canicattì, la via dove abitava, le scuole che ha frequentato, fino ad arrivare alla toga, ai suoi diari, al crocifisso e alla macchina, testimone di quanto accaduto quel giorno di fine settembre: «Quanta strada insieme a Rosario – fa sospirare Pappalardo all’auto -, soprattutto da Canicattì ad Agrigento, andata e ritorno, da casa al tribunale e dal tribunale a casa. Sole, vento, pioggia, freddo, caldo: quanti chilometri da soli io e lui». Da soli, sì: perché Livatino non avrebbe mai permesso a qualcun altro di correre i suoi rischi. Tanto da rifiutare la scorta: «In caso di emergenza, cioè di attentato, è meglio che soccomba uno solo».

UN SEGNO DI CONTINUITÀ. La prefazione del libro, illustrato da Roberto Lauciello, è affidata a Sebastiano Ardita, attualmente procuratore della Repubblica e per molti anni componente della Direzione distrettuale antimafia. «Il dottore Ardita a mio parere rappresenta il Rosario Livatino di oggi: per come si esprime, per il suo portamento, per il suo saper essere integerrimo senza mai alzare i toni. È qualcuno che rappresenta un modello possibile». La postfazione, invece, è a cura di a Virginia Drago, ex studentessa di Pappalardo e attualmente iscritta alla facoltà di Giurisprudenza: «Ho affidato la postfazione a lei per la passione che ha sempre manifestato nelle attività scolastiche sul tema della legalità. Mi è sembrata la perfetta chiusura di un cerchio: Livatino come punto di partenza, Sebastiano Ardita ancora oggi sul campo e Virginia come colei che lo sarà».

LA SPERANZA DENTRO DI NOI. Il libro vuole, poi, dare un segno di speranza a tutti i ragazzi che lo leggono: «Mi auguro che i ragazzi vi trovino un po’ di sé stessi, la loro terra, i sogni, i progetti, la fede, e che trovino un modello da poter seguire prima di tutto nelle cose quotidiane, e successivamente anche per le cose più grandi come crescere nel senso del dovere e impegnarsi per la propria comunità. Io credo che potenzialmente ogni ragazzo possa trasformarsi nel Livatino, nel Falcone o nel Borsellino di domani. Loro non sapevano cosa sarebbero diventati un giorno, ma hanno seguito un sogno. Penso che i lettori più giovani possano trovare qualcuno in cui credere, e penso che per me sia questo il senso ultimo di scrivere, quello di dare una speranza e di far sapere che qualcuno è già dentro di loro».

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