«La signorina nessuno è un’entità. Nasce come alter ego per dire ciò che non avevo il coraggio di esprimere, ma adesso è come un amico immaginario che mi ha lasciata per seguire un’altra persona che ne abbia bisogno». Tutti la conoscono come influencer e modella e in molti riconosceranno in lei la compagna di Damiano dei Måneskin. Ma, sfogliando il libro di poesie autobiografiche La signorina nessuno (Vallardi, 2022) – recentemente presentato a Catania-, di Giorgia Soleri si scopre una profondità di visione e di impegno che in pochi sospetterebbero. 

A cominciare dall’attivismo in difesa di chi soffre di “malattie invisibili” come la vulvodinia e l’endometriosi, patologie che colpiscono una donna su sette e di cui purtroppo si sa ancora davvero poco, con conseguenti ritardi nella diagnosi che vanno dai cinque ai sette anni. Un tema che i suoi versi esplorano ampiamente, annonandoli con quelli dell’amore, del corpo, dell’aborto, il tutto legato da un elemento indissolubile: la condivisione.

Se nel mondo dell’immagine quello che non mostri su Instagram non esiste, la scelta di Giorgia è stata coraggiosa: «Quando ho avuto la diagnosi ho iniziato a sentire il corpo come mio, a percepirlo come il mezzo attraverso il quale io faccio esperienza con il mondo. Non sono meno malata se mi trucco, se indosso i tacchi e sono vestita bene. Il mio obiettivo è quello di far sapere alle altre persone che io esisto, in quanto persona ed in quanto persona malata. Spesso, però, scendere in piazza non è possibile, ed i social mi hanno aiutata a farmi sentire, a mettere in una piazza virtuale il mio dolore, per farlo conoscere agli altri ma anche per riuscire a saperlo ascoltare». Assistiamo ad un modo totalmente nuovo di parlare di malattia, considerata fino ad ora come una cosa che non esiste, di cui è bene non parlare.

Mettere le proprie esperienze nero su bianco, poi, amplifica il potere della condivisione, per far arrivare a migliaia di persone un unico messaggio: non siete sole. «Nel libro io parlo di me, ma le mie esperienze sono comuni a tante persone che si sono trovate in quello che ho scritto e in come ne ho parlato. Non riesco ad immaginare la mia vita senza la scelta di rendere gli altri partecipi del mio disagio, mi ha aiutata a trasformare il dolore in un mezzo per far sentire la mia voce».

Così è successo anche per l’esperienza dell’aborto, come ci racconta: «Nel momento in cui mi sono trovata nella situazione di voler praticare l’aborto ho subìto la narrazione che lo vede come una cosa difficile, come una sofferenza. Io, che lo consideravo un sollievo, venivo vista come un mostro, sono stata attanagliata dai sensi di colpa perché non si può dire che abortire sia un sollievo. Nel momento in cui ho iniziato a parlarne, però, ho scoperto che tantissime donne si sono trovate nella mia stessa situazione, così ho messo ancora una volta il mio corpo in piazza per far passare il messaggio che non siamo sole».

E lei, per prima, ha scelto di schierarsi in prima linea come voce che parla di ciò di cui non si dovrebbe parlare, che rispecchia il pensiero delle nuove generazioni, a cui lancia un ultimo messaggio: «Io ho cercato di mettere il mio privilegio al servizio delle altre persone, ma penso che ci sia bisogno di altri che hanno il coraggio di dire che gli standard a cui siamo abituati non esistono: siamo tutti diversi, tutti unici con i nostri corpi e le nostre esperienze».

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