Non solo Goethe: così i grandi scrittori mondiali descrissero incantati la Sicilia

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Da D.H Lawrence a Sepúlveda, passando per Guy de Maupassant: eccelsi letterati hanno intrapreso dei viaggi intensi nella nostra terra. Le loro parole, sorprese e commosse, tratteggiano un’isola indimenticabile e unica

Come raccontare la Sicilia a chi non la conosce o non l’ha mai vista? Da sempre questo genere di interrogativi pervade la mente di noi isolani, come se le nostre parole potessero dare forma a qualcosa di invisibile, di prezioso. Lo sentiamo, spesso, quasi come un dovere inalienabile, come un compito che una non ben definita entità ci ha assegnato con zelo: è il nostro meccanismo di difesa, il nostro antidoto contro i pregiudizi più irriducibili. «Piuttosto che discutere di mafia e disoccupazione, venite a vedere le tracce della nostra storia e della nostra cultura». Un ritornello che, certamente, se non avete mai pronunciato, ha quantomeno sfiorato le vostre orecchie. Ma è davvero così necessario farci avvocati difensori della nostra terra? Vantarne le peculiarità sostituendoci al suo stesso infallibile giudizio? La Sicilia ha l’innata capacità di selezionare il suo pubblico: la sua essenza più profonda attrae naturalmente le menti più sensibili, camuffandosi dinanzi a quelle più ottuse. Nessuna nostra intermediazione potrà essere tanto efficace come il consiglio di esplorarla di persona. Come hanno fatto alcuni grandi letterati da ogni parte del mondo, incapaci di dimenticarne il fascino. Le loro parole, quelle sì, sanno dischiuderne i segreti e rispondere ai nostri interrogativi.

In principio fu Goethe, certo. Ma molte altre sono state le eminenti personalità a lasciare testimonianza del loro viaggio. A partire da Guy de Maupassant e dal suo diario La Sicilia (1885), che prima loda l’isola come «paese delle arance, del suolo fiorito la cui aria, in primavera, è tutto un profumo, terra necessaria a vedersi e unica al mondo, da un’estremità all’altra strano e divino museo di architettura», poi ne sottolinea la nota distintamente orientale, ravvisabile «nell’intonazione nasale dei banditori per le strade e nella cantilena trascinata, monotona e morbida che di sfuggita si sente da una porta aperta, simile a quella di un cavaliere vestito di bianco che guida i viaggiatori negli immensi spazi di un deserto». È la nota finemente araba, ricordo di un tempo lontano ma tutt’altro che esaurito, che pervade il presente silenzioso come un respiro e invadente come un’inondazione. Quella stessa nota che, misteriosamente, abita nella nostalgica miseria dei più deboli, e che riflette una grandezza in bilico tra desiderio e oblio. Proprio così l’inglese D.H Lawrence descrive il suo ricordo siciliano, in particolare di Taormina, in Mare e Sardegna (1921): «Mai ho provato una nostalgia più profonda di quella che ho provato per la Sicilia leggendo Verga; per la splendida Sicilia che penetra profonda nel sangue. Splendida Sicilia, così limpida nella sua bellezza, così vicina alla bellezza fisica dell’antica Grecia!».

Perché non importa la provenienza del visitatore, il cammino che ha compiuto prima di approdarvi, la grandezza che ha avuto modo di assaporare: Sicilia è, infatti, sinonimo di specificità. Di mito immortale che travalica tempo e spazio. «Venivamo dall’Italia: avevamo calpestato la cenere dei più grandi uomini che furono mai esistiti e respirato la polvere dei loro monumenti, eravamo pieni delle grandezze della storia. Ma qualcos’altro ancora parlava, qui, all’immaginazione: tutti gli oggetti che scorgevamo, tutte le idee che venivano ad offrirsi alla nostra mente, ci riportavano ai tempi primitivi. Toccavamo le prime età del mondo, quelle età di semplicità e innocenza in cui gli uomini non erano ancora rattristati dal ricordo del passato. Terra degli dèi e degli eroi!». Così sentenziava il filosofo e politico Alexis de Tocqueville nella prima metà del XIX secolo.

Perciò, la prossima volta che qualcuno verrà a chiederci una definizione della Sicilia, una buona idea per rispondere potrebbe essere avvalersi di queste affermazioni. L’occhio straniero sa individuare ciò che diamo per scontato, ciò che a volte ci appartiene senza che da questo ne derivi la dovuta gratitudine. Solo chi vede può credere: come Tommaso, che soltanto di fronte all’accadere del miracolo concede a sé stesso il coraggio di convincersi. Il nostro compito non è soltanto imporre a qualcuno una certa immagine di noi stessi: piuttosto, è metterlo nelle condizioni di giudicare la meravigliosa realtà delle cose. Come a suo tempo i nostri conterranei fecero con lo scrittore cileno Luis Sepúlveda: «La sicilianità è qualcosa di straordinario, l’aspetto che più amo della Sicilia. È un’attitudine umana, una forma dell’essere che si traduce in qualità come per esempio l’ospitalità, un pregio tipico dei siciliani».

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